27 settembre 1996, Afghanistan

Le milizie dei Talebani conquistano, a seguito di una poderosa offensiva condotta con il supporto del Pakistan, la capitale Kabul. È l’inizio di un regno del terrore destinato a perpetuarsi, seppur fra alterne vicende, fino ai nostri giorni.

L’entrata in vigore degli accordi di Ginevra il 14 aprile 1988, premessa del ritiro delle forze sovietiche al termine di un’occupazione durata quasi dieci anni, non fu sufficiente a normalizzare un Paese sconvolto dalla guerra civile fra il Partito Democratico Popolare (PDPA)[1] e la Resistenza. Benché orfano del supporto dell’Armata Rossa e alle prese coi contraccolpi legati allo scarso radicamento nel tessuto sociale, il regime di Mohammad Najibullah[2] avrebbe disatteso qualunque previsione elaborata dagli analisti militari respingendo, sin dalla primavera dell’89, i violenti assalti sferrati dai mujāhidīn[3].

Perché le ostilità prendessero una piega favorevole agli insorti bisognò attendere il 1992, quando gli attriti in seno al PDPA e l’evoluzione dello scenario internazionale indebolirono le fondamenta del governo filo-comunista. Tra gli avvenimenti più significativi consumatisi in questo periodo occorre menzionare il crollo dell’URSS, episodio gravido di conseguenze per lo Stato centro-asiatico che perse il suo maggior partner finanziario: nel solo periodo compreso fra il 1988 e il 1990, Mosca aveva infatti dispensato aiuti di varia natura per un valore pari a tre miliardi di dollari, contrariamente alla Federazione Russa che avrebbe scelto di sospendere sine die la fornitura di idrocarburi e di derrate alimentari.

Altrettanto disastrosa fu la defezione di Abdul Rashid Dostum tra le fila nemiche: comandante della 53ª Divisione di fanteria e figura di spicco in seno all’Esercito Nazionale Repubblicano, l’ufficiale di etnia uzbeka si sarebbe reso protagonista di un clamoroso voltafaccia coadiuvando, con una mossa a sorpresa, le forze di Ahmad Massoūd (1953-2001)[4] e di Sayad Jafar Naderi. A ciò bisognava infine aggiungere la terribile crisi economica che attanagliava la RDA[5], esacerbata dall’esaurimento delle preziose riserve di gas naturale.

Il timore per cui l’avanzata dei guerriglieri degenerasse in una carneficina ai danni dei custodi del vecchio ordine, unito alle frizioni interne che minacciavano di traghettare l’Afghanistan in uno stato di anarchia permanente, avrebbero spinto il Segretario dell’ONU Boutros Boutros-Ghali (1922-2016) a tentare la carta della mediazione diplomatica proponendo, in data 10 aprile 1992, un piano relativo alla creazione di un comitato pre-transizionale composto da personalità indipendenti.

Sebbene tale proposta fosse stata accolta positivamente da tutte le fazioni belligeranti, la fragilità nella quale versava l’establishment offrì un potente incentivo perché i leader ribelli si risolvessero a declinare un compromesso che, in fin dei conti, non avrebbe sradicato la causa prima del malcontento popolare: l’esistenza di un partito teofobo che, asceso al potere grazie a quindici anni di trame politiche, aveva trascinato il Paese in una spirale di violenze fino ad allora sconosciuta. Altrettanto cruciale nel favorire l’insuccesso delle trattative fu la scarsa collaborazione offerta dal Pakistan di Ghulam Ishaq Khan (1915-2006), intenzionato, nonostante il parere contrario degli altri capitribù, a supportare la candidatura di Gulbuddin Hekmatyar[6] alla Presidenza della Repubblica.

Fu in questo clima dominato dall’incertezza e dal timore di possibili colpi di coda che, alla vigilia dei colloqui preliminari fissati per il 15 aprile, le forze sotto il comando di Massoūd ripresero la loro offensiva nella provincia di Parvan, conquistando l’importantissimo aeroporto di Bagram. Di fronte all’ennesimo smacco di un Najibullah ormai in balia degli eventi e abbandonato dai suoi stessi collaboratori, un gruppo di generali diretto da Mohammad Nabi Azimi avrebbe preso la decisione di esautorarlo in favore del leggendario “Leone del Panjshir“, scontrandosi tuttavia con l’inflessibile rifiuto opposto dal diretto interessato.

Intanto i funzionari Pashtun ancora impiegati nel Ministero dell’Interno, consapevoli delle sorti che attendevano la moribonda RDA e perciò propensi a collaborare coi vincitori, avevano allentato le misure di sicurezza predisposte per la difesa della capitale. Un simile espediente avrebbe consentito alle truppe del Partito islamico (Hezb–i Islami) di occuparne i centri nevralgici, ma furono proprio le manovre di Hekmatyar a spingere gli adepti della Società Islamica (Jamiat-i Islami)[7] a impegnarsi, nella giornata del 24 aprile, in una lotta fratricida che si sarebbe conclusa tre giorni dopo con l’espulsione delle unità avversarie.

Nondimeno, la necessità di preservare l’intesa faticosamente raggiunta in anni di comune militanza avrebbe persuaso le maggiori correnti antigovernative, riunitesi ancora una volta a Peshawar con la sola eccezione dell’Hezb–i Islami, a continuare l’esperimento della dirigenza collettiva proclamando la nascita dello Stato islamico dell’Afghanistan (1992-1996). A dispetto delle buone intenzioni che avevano animato i promotori dell’accordo, ora più che mai risoluti nel gettare le basi per un Paese libero e in pace dopo un conflitto proseguito per quattordici anni, l’avvento di nuovi attori politici e la frammentazione del tessuto sociale svolsero un ruolo chiave nel condurre la giovane repubblica al collasso. 

Fra questi key players merita un discorso a sé la setta fondamentalista dei Talebani, istituita nel settembre del 1994 dal mullah[8] Mohammed Omar (1960-2013). Composta in massima parte da allievi delle màdrasa provenienti dalle regioni sud-orientali[9], la fronda dei Talebani si differenziava dagli altri zeloti per l’interpretazione letterale dei precetti coranici, auspicando l’edificazione di una società ultra-conservatrice modellata a partire dalla Shari’a[10]. Determinanti nel garantirne il successo furono quindi i proseliti raccolti fra gli autoctoni, convinti che l’origine delle loro sofferenze risiedesse nell’affievolimento del fervore religioso e nella secolarizzazione dei costumi, nonché il sostegno di un Pakistan intenzionato a favorire l’insediamento di un’amministrazione amichevole. Non fu certo un caso se, a dispetto dei rovesci inizialmente subiti per mano del “Leone del Panjshir”, le milizie di Omar riuscirono a estendere il proprio controllo sui tre quarti del territorio nazionale, entrando a Kabul al termine di una sanguinosa e irresistibile avanzata (27 settembre 1996).

Tra le vittime più illustri di quelle orribili giornate figurava l’ultimo segretario del PDPA: rifugiatosi nel compound delle Nazioni Unite dopo che i soldati di Dostum gli avevano interdetto l’accesso all’aeroporto, Najibullah venne seviziato con torture talmente brutali da renderlo, al momento dell’esposizione in pubblico, quasi irriconoscibile. Una volta neutralizzata la minaccia delle altre fazioni che si erano ricostituite nel Fronte islamico unito per la salvezza dell’Afghanistan, i Talebani poterono finalmente proclamare la rinascita dell’Emirato islamico (1996-2001), ponendo in essere quei programmi necessari a riportare la fede al centro della vita quotidiana.

Nei cinque anni successivi, il fanatismo di cui il nuovo regime si era reso interprete, così come le iniziative retrograde imposte attraverso la coercizione fisica e psicologica, avrebbero finito per instaurare un clima di paura così diffuso da sconvolgere l’opinione pubblica mondiale. Agli uomini venne prescritto di farsi crescere la barba e di indossare il turbante, mentre alle donne fu proibito di ricercare un’occupazione lavorativa, di ricevere un’educazione scolastica e di lasciare il focolare domestico senza aver prima indossato il burqa. Qualsiasi trasgressione della legge coranica sarebbe stata punita con misure draconiane e, non meno sovente, con la pena di morte.

Niccolò Meta

La Minerva

Classificazione: 5 su 5.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA) è stato un’organizzazione politica di chiaro indirizzo filo-marxista. Per eventuali approfondimenti circa le iniziative e la storia di quest’organizzazione partitica, si rimanda il lettore all’articolo “Afghanistan 1979-1989 – Atto I: la Rivoluzione di Saur“.

[2] Mohammad Najibullah (1947-1996) è stato uno degli uomini più importanti all’interno del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan. Direttore del servizio di intelligence (KHAD) tra il 1980 e il 1985, negli anni successivi riuscì a imporsi come figura chiave nella fragile Repubblica Democratica, cumulando le cariche di Segretario Generale (1986-1992) e di Capo di Stato (1987-1992). Morì il 27 settembre 1996, assassinato dai Talebani al termine dell’espugnazione di Kabul.

[3] Con l’espressione mujāhidīn si è soliti indicare quei guerriglieri islamici operativi in Afghanistan tra il 1978 e il 1996. Volendo attenersi a un’interpretazione letterale in grado di preservarne il significato più autentico, un mujāhid sarebbe colui che si sforza di agire nel rispetto dei principi indicati dal Corano, condotta imprescindibile per assicurare il luminoso avvenire dell’Islam e la salvezza della propria anima. Viceversa, alla base della concezione militante che siamo soliti attribuirle troviamo il precedente offerto da Syed Ahmad Shaheed Barelvi (1786-1831), predicatore indiano di confessione sunnita e pioniere di un movimento politico, religioso e guerrigliero che intendeva opporsi ai nemici del profeta Maometto ricorrendo alla forza delle armi.

[4] Conosciuto attraverso l’epiteto suggestivo di “Leone del Panjshir”, il tagiko Ahmad Shāh Massoūd (1953-2001) è stato, negli anni dell’invasione sovietica, uno dei capi militari più iconici della Resistenza afghana, tentando in un secondo momento di arginare l’ascesa dei Talebani dopo che questi avevano assunto il controllo delle province meridionali del Paese. Rimase ucciso in seguito ad un attentato ordito il 9 settembre 2001.

[5] Repubblica Democratica dell’Afghanistan, n.d.a.

[6] Nato il 26 giugno 1947 a Kunduz, nell’omonima provincia dell’Afghanistan settentrionale, Gulbuddin Hekmatyar è stato uno dei leader politici più importanti negli anni della resistenza all’occupazione sovietica. L’inestinguibile fervore religioso gli valse la guida dell’ala radicale dell’Hizb-i islami (Partito Islamico), un’organizzazione partitica fondata negli anni ’70 sulla falsariga della confraternita dei Fratelli Musulmani.

[7] Assieme all’Hizb-i Islami, all’Harakat-i inqlab-i islami (Movimento Islamista per l’Afghanistan), allo Jabha-yi nejat-i milli (Fronte di Liberazione Nazionale) e al Mahaz-i islami (Fronte Islamico), lo Jamiat-i Islami è stato uno dei partiti politici più importanti nel fronte della Resistenza anti-comunista.

[8] Il mullah è un uomo o una donna di religione musulmana esperto di teologia e della sharīʿa.

[9] L’espressione ṭāleb sta ad indicare coloro che sono stati educati nelle màdrasa, ossia negli scuole superiori per il perfezionamento delle conoscenze teologiche e giurisprudenziali

[10] Con l’espressione Shari’a, letteralmente “Strada battuta”, si è soliti indicare la legge sacra non elaborata dagli uomini perché imposta da Dio.

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