Il Trattato di Versailles: storia di una pace cartaginese

Nel corso del 1920 Ferdinand Foch, generale francese e protagonista indiscusso della Grande Guerra, proferì una frase destinata a entrare negli annali:

Quella firmata a Versailles con la Germania non è pace, ma un armistizio di vent’anni.

Prima ancora di addentrarci nell’analisi del documento vero e proprio, tuttavia, è opportuno discutere del meno conosciuto armistizio di Compiègne (11 novembre 1918), siglato nell’iconico vagone ferroviario riutilizzato dai nazisti per suggellare la resa della Terza Repubblica, nel giugno del 1940.

L’ARMISTIZIO DI COMPIÈGNE

Il fallimento dell’imponente offensiva di primavera, nel luglio del 1918, aveva palesato all’Alto Comando guglielmino (OHL) l’impossibilità di prevalere sulle forze alleate. Come se ciò non fosse bastato, l’imminente collasso degli Imperi centrali e l’arrivo del corpo di spedizione statunitense avevano incrinato irrimediabilmente la situazione strategica, al punto da costringere i vertici militari a ricercare una soluzione alternativa.

Fu così che, nella giornata del 29 settembre[1], l’OHL si rivolse alle autorità civili intimando di avviare le trattative diplomatiche. Si trattava nel concreto di un’operazione volta ad addossare il peso della sconfitta sulla sola classe dirigente; una mossa che, in ultima istanza, avrebbe contribuito negli anni successivi ad alimentare la leggenda della “pugnalata alle spalle[2].

Al termine di una lunga attesa scandita dal divampare di episodi rivoluzionari in tutto il Reich, una delegazione diretta dal segretario di Stato Matthias Erzberger ottenne finalmente il permesso di recarsi in Francia (8 novembre 1918). Nondimeno, i margini per la trattativa erano oltremodo ristretti: a Berlino vennero infatti concesse appena 72 ore per prendere una decisione, limitando i colloqui ai soli ufficiali di rango inferiore.

Una volta appresa la durezza dei termini imposti, i funzionari tedeschi avrebbero cercato di stabilire un collegamento diretto con Berlino, ottenendo come unica risposta quella del Comandante Supremo dell’esercito, il settantunenne Paul von Hindenburg (1847-1934). Complice la delicatissima situazione interna e l’esaustione delle forze armate, egli diede disposizioni affinché l’armistizio venisse sottoscritto a qualsiasi costo, vanificando in tal modo ogni possibilità di strappare condizioni più favorevoli[3].

Tra le molteplici disposizioni figuravano:

  1. L’immediata cessazione delle ostilità, sei ore dopo la firma del testo;
  2. Il ritiro, entro un lasso di 15 giorni, di tutti i reparti dalle aree occupate in Francia, Lussemburgo, Belgio e dall’Alsazia-Lorena;
  3. L’abbandono, entro i successivi 17 giorni, di ogni territorio sulla riva sinistra del Reno, nonché il trasferimento delle guarnigioni di Magonza, Coblenza e Colonia alle truppe d’occupazione francesi;
  4. La rinuncia a 5.000 cannoni, 25.000 mitragliatrici, 3.000 mortai e 1.400 aeroplani;
  5. L’intera cessione delle navi da guerra più moderne;
  6. La consegna, a titolo di riparazione, di 5.000 locomotive e 150.000 vagoni ferroviari;
  7. L’annullamento del trattato di Brest-Litovsk;
  8. Il ritiro delle circa 190 divisioni schierate sul campo.

LA CONFERENZA DI PARIGI (1919)

Nel gennaio del 1919, due mesi dopo la formale cessazione delle ostilità, a Versailles si aprì quella conferenza di pace che avrebbe dovuto plasmare il futuro dell’Europa post-bellica. La scelta del luogo non era stata affatto casuale: proprio qui, più precisamente nella Galleria degli Specchi, il Kaiser Guglielmo I era stato infatti proclamato imperatore di Germania, sancendo così la nascita del Secondo Reich. Ebbe a dire in proposito il colonnello Edward House, stretto consigliere del presidente Woodrow Wilson:

L’intera faccenda fu subdolamente elaborata per umiliare l’avversario nel migliore dei modi.

Benché all’evento avessero preso parte i delegati di oltre 30 nazioni, il documento ufficiale fu redatto dai soli leader dei “quattro grandi, vale a dire dalla Francia, dall’Italia, dal Regno Unito e dagli Stati Uniti d’America. Al contrario, gli sconfitti non vennero neppure ammessi ai colloqui. Del resto la difficile congiuntura internazionale imponeva di agire rapidamente: la smobilitazione degli eserciti stava procedendo con estrema celerità, mentre il concretizzarsi della minaccia comunista aveva risvegliato non poche preoccupazioni nel Vecchio Continente[4]. Fu allora che, nei primi giorni di maggio, gli Stati vincitori si risolsero nel sottoporre il testo del trattato alla delegazione teutonica.

Quest’ultima si aspettava un accordo imperniato sui famosi 14 punti di Wilson, rivelatisi cruciali nella sottoscrizione dell’armistizio di Compiègne; certamente non che il loro Paese dovesse assumersi l’intera responsabilità del conflitto, né tantomeno che si accollasse le relative indennità economiche subendo ingentissime decurtazioni territoriali[5].

Dal canto loro, gli USA intendevano rifondare l’Europa a partire dal principio dell’autodeterminazione dei popoli, auspicando perciò un nuovo assetto nel quale la soluzione delle controversie fosse demandata alla Società delle Nazioni. Alla prova dei fatti, tali velleità si sarebbero scontrate con l’intransigenza del Primo Ministro francese, Georges Clemenceau, irremovibile nel punire gli antichi rivali con formule vessatorie.

E l’Italia? Benché avesse visto il proprio nome annoverato fra quello dei vincitori, Roma non riuscì in alcun modo ad ottenere quanto le era stato promesso dal patto di Londra, ponendo così le solide premesse per il mito della “vittoria mutilata

Volgendo uno sguardo alla Gran Bretagna, è invece corretto asserire che Lloyd George volesse riaffermare la supremazia imperiale in numerosi ambiti, in primis mantenendo quello status di potenza marittima costruito nel corso dei secoli. Al tempo stesso, egli guardava con apprensione a un eccessivo indebolimento della Germania, passibile di trasformarla in un pericoloso vettore attraverso cui inoculare il “virus” del bolscevismo.

LE CLAUSOLE DEL TRATTATO

Per cogliere appieno l’asprezza dei termini imposti dagli Alleati, è sufficiente dare un’occhiata agli articoli concernenti le clausole territoriali.

Oltre a prevedere la restituzione immediata dell’Alsazia e della Lorena, annesse nel 1871 al termine della fulminea guerra franco-prussiana, il trattato di Versailles statuiva la cessione delle aree di Eupen-Malmedy e della Saar, quest’ultima destinata a rimanere indipendente sotto la formale tutela della Società delle Nazioni[6]. Benché non avesse partecipato alle ostilità, alla Danimarca venne comunque garantito il controllo dello Schleswig settentrionale, perduto nell’omonimo conflitto del 1864.

I punti che andavano dall’81 all’86 obbligavano invece la repubblica di Weimar a riconoscere i confini della neonata Cecoslovacchia, la quale ospitava al proprio interno una consistente minoranza teutonica[7], mentre quelli dall’87 al 93 le imponevano di fare altrettanto con la Polonia. Varsavia ricevette così parte della Prussia occidentale, della Silesia e il famoso corridoio sul Baltico[8], mentre lo snodo portuale di Danzica assunse lo status di città libera.

Con riferimento alla zona del Memel, gli Alleati ne disposero il trasferimento nelle mani della Lituania.

Diverso risultava essere il discorso sulla smilitarizzazione della Renania, affrontato negli articoli 42, 43 e 44. In essi infatti si ribadiva che alla Germania era severamente proibito:

di mantenere o costruire qualsiasi fortificazione, o sulla riva sinistra del Reno, o su quella destra a ovest di una linea tracciata 50 km a est del fiume[9].

La stessa regione venne peraltro divisa fra le potenze vincitrici, con importanti località come la Ruhr occupate a seguito dei continui ritardi nel pagamento delle indennità.

A questo riguardo, lo storico americano Gerhard Weinberg ebbe a dire che un simile disegno costituiva la principale assicurazione di pace in Europa, impedendo a Berlino non solo di condurre azioni a carattere offensivo, ma lasciandola indifesa nei confronti di un eventuale attacco da ovest.

Nondimeno, una volta che i contingenti francesi ebbero ultimato il ritiro (giugno 1930), Parigi non poté più esercitare il ruolo di “garante” degli equilibri nell’area, spianando in tal modo la strada al riarmo tedesco.

Infine, l’articolo 80 stabiliva il divieto tassativo per l’Anschluss, vale a dire l’annessione dell’Austria, mentre il 119 decretava la perdita delle colonie africane e asiatiche a pieno vantaggio del Belgio, della Francia e del Regno Unito.

In sintesi, la Germania avrebbe perso oltre 43.450 km² del proprio territorio, pari a circa il 13% della sua intera estensione, assieme a una popolazione di ben 7 milioni di individui.

Quanto avete letto è solo un estratto delle tematiche analizzate, in maniera assai più strutturata, nel doppio approfondimento “Il Trattato di Versailles [1-2 PARTE]”. Se non avete ancora soddisfatto la vostra sete di curiosità, questo è il momento giusto per godervi gli ottimi video realizzati dal canale YouTube Parabellum.

Buona visione!

Prima parte del documentario di Parabellum

Mirko Campochiari, Niccolò Meta

La Minerva


NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] In quello stesso giorno, nella città greca di Salonicco, la piccola Bulgaria stipulò un armistizio con gli Alleati. Di lì a breve sarebbe stata la volta dell’impero ottomano (30 ottobre) e dell’Austria-Ungheria (3 novembre).

[2] Con l’espressione “pugnalata alle spalle” (letteralmente Dolchstoß) si è soliti indicare la leggenda per la quale il Secondo Reich, malgrado le pesanti sconfitte subite nell’estate del 1918, fosse ancora in grado di condurre la guerra con gli Alleati. A determinarne la resa sarebbe stato il tradimento perpetrato dalla classe politica con la complicità di ebrei, socialisti e comunisti.

[3] Benché in pieno ripiegamento dopo l’“offensiva dei 100 giorni”, l’esercito tedesco controllava ancora numerosi territori compresi tra la Francia e il Belgio. Accettando le condizioni dell’Intesa, Berlino rinunciò quindi alla possibilità di minacciare una (inverosimile) ripresa delle ostilità.

[4] Emblematica risultò essere la rivolta spartachista, diretta dai rivoluzionari Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. Internati per il loro attivismo anti-bellicista, nel 1919 guidarono l’insurrezione contro il governo  del socialdemocratico Ebert, trovando la morte per mano dei Freikorps.

[5] Questi territori furono scelti oculatamente vista la presenza di ricchi bacini carboniferi e metalliferi, indispensabili per il sostentamento dell’industria pesante.

[6] Le disposizioni del trattato stabilivano che, al termine di un periodo lungo quindici anni, nella regione si dovesse tenere un plebiscito per deciderne le sorti. La consultazione venne vinta dai fautori della riunificazione con la Germania.

[7] Emblematico risultava essere il caso dei Sudeti, annessi dalla Germania nel 1938 in ottemperanza al principio di autodeterminazione dei popoli.

[8] Il corridoio di Danzica è stato una striscia di territorio creata per garantire alla Polonia uno sbocco sul mare. Divideva il suolo tedesco dalla Prussia orientale.

[9] Alla Germania era inoltre vietata la mobilitazione delle truppe entro un raggio di 50km dalla linea, ampliandola di fatto a 100km.

  • La Grande guerra. 1914-1918, di Mario Isnenghi e Giorgio Rochat;
  • 1919. La grande illusione. Dalla pace di Versailles a Hitler. L’anno che cambiò la storia del Novecento, di Eckart Conze;
  • La decisione di guerra. Dalla Triplice Alleanza al Patto di Londra, di Giuseppe Astuto;
  • La Grande Guerra e i trattati di pace. Prima e dopo il conflitto, di Otello Bosari;
  • Le conseguenze economiche della pace, di John Maynard Keynes;
  • Paris 1919: Six Months That Changed the World, di Margaret MacMillan e Richard Holbrooke (Inglese);
  • Tra marsine e stiffelius. Venticinque anni di politica estera italiana 1900-1925, di Giancarlo Giordano;
  • Versailles and the Ruhr: Seedbed of World War II, di Royal Jae Schmidt (Inglese);
  • The Paris Peace Conference, 1919: Peace without Victory?, di John Fisher e M. L. Dockrill (Inglese);
  • The ‘Big Four’ Peacemaking in Paris in 1919, di Sharp Alan, (Inglese);
  • The Versailles Settlement. Peacemaking after the First World War, 1919-1923, di Sharp Alan (Inglese);
  • La pace mancata. La conferenza di Parigi e le sue conseguenze, di Sergio Valzania e Franco Cardini;
  • Breve storia della prima guerra mondiale Volume 1 & 2, di Marco Cimmino;
  • La grande storia della prima guerra mondiale, di Martin Gilbert;
  • Orphans of Versailles: The Germans in Western Poland 1918-1939, di Richard Blanke (Inglese);
  • Civil War in Central Europe, di Böhler Jochen (Inglese);
  • The Vanquished. Why the First World War Failed to End, 1917-1923, di Gerwarth Robert (Inglese).

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