Afghanistan 1979-89 – Atto II: Operazione Štorm 333

LE RAGIONI DELL’INTERVENTO SOVIETICO: DALLA TEORIA DELLA SOVRANITÀ LIMITATA…

Forti del lavoro di ricostruzione storiografica condotto nell’articolo precedente, possiamo finalmente delineare un quadro completo delle valutazioni che, a partire dalla seconda metà del 1979, hanno persuaso la nomenklatura a rivalutare l’ipotesi di un coinvolgimento diretto al fianco di Kabul. La chiave di volta su cui verte l’intera analisi è la comparazione tra la dottrina della “sovranità limitata, rimasta in vigore con alterne fortune sino all’estate del 1988, e la lettura nazionalistico-sciovinista, formulata dagli studiosi della “destra dissidente[1] ma in grado di reclutare nuovi adepti a livello globale.

Se si volesse dare credito esclusivo alla prima interpretazione, invero la più conosciuta grazie all’imponente mole di saggi pubblicati all’indomani della Primavera di Praga (gennaio-agosto 1968), l’intervento sovietico assumerebbe i contorni di un’azione preventiva tesa a “difendere gli interessi del proletariato mondiale” dal fondamentalismo islamico. Non sarebbe quindi una sorpresa constatare che la catena di eventi messa in moto dalla Rivoluzione iraniana, culminata nel rovesciamento della dinastia dei Pahlavi e nel ritorno di Ruhollah Khomeini (1908-1989) dopo un esilio di oltre quindici anni, avesse risvegliato di colpo le apprensioni di Mosca circa il futuro dei rapporti di forza in Medio Oriente. Piuttosto temuta era infatti la prospettiva di un tracollo del regime instaurato dal PDPA, passibile di trasformare l’Afghanistan in un pericoloso vettore attraverso cui inoculare, tra le popolazioni musulmane delle repubbliche centro-asiatiche, il veleno dell’anti-comunismo.

A ciò occorrerebbe aggiungere altri tre motivi che, stando a quanto riportato dall’esperto in relazioni internazionali Fred Halliday (1946-2010), avrebbero conferito una certa appetibilità all’opzione interventista: la prima, forse la più rilevante nell’ottica di quel confronto bipolare che animò l’intera stagione della Guerra Fredda, fu l’incrinatura dei rapporti diplomatici con gli Stati Uniti d’America. Riferisce in proposito lo scrittore irlandese:

[…] la decisione finale del 12 dicembre arrivò a poche ore dalla conferma, da parte della NATO, della decisione di schierare i missili Pershing II […] Washington stava inoltre migliorando le proprie relazioni con la Cina e, nonostante le tensioni fra gli USA e l’Iran, c’erano molti a Mosca che temevano che l’anti-comunismo dei mullah[2] avrebbe vinto la loro retorica anti-occidentale.

Halliday. F., Soviet Foreign Policymaking and the Afghanistan War: From ‘Second Mongolia’ to ‘Bleeding Wound’, tratto da Review of International Studies, Vol. 25, No. 4., Oct., 1999, Cambridge University Press, p.678.

 La seconda risiedeva nella condizione di intrinseca debolezza in cui versava il governo afghano, in preda a una lotta fratricida tra gli esponenti dei Khalq e i moderati dell’ala Parcham, il cui abbattimento avrebbe avuto delle ripercussioni disastrose sulla credibilità del blocco socialista. Infine, l’assassinio ordito da Amin ai danni del segretario generale Taraki (14 settembre 1979), personaggio molto gradito al Cremlino per le simpatie filo-sovietiche e per la comune impostazione dottrinaria, convinse Brežnev a mettere da parte ogni remora autorizzando l’intervento armato.

…ALL’IPOTESI NAZIONAL-SCIOVINISTA

Analizzando l’evento alla luce di quanto postulato dai teorici dell’altra scuola di pensiero, ossia come una brusca sterzata in chiave nazional-imperialista volta a superare il problema della stagnazione ideologica, il conflitto afghano costituirebbe invece il tentativo di rilanciare l’idea della “Grande Russia, nonché di compattare l’opinione pubblica intorno a un obiettivo comune. La novità più rimarchevole introdotta da un simile indirizzo non risiede dunque nella scoperta, in seno al Comitato Centrale e alle alte gerarchie delle forze armate, di quello che potremmo definire un “partito della guerra”, né tantomeno di una forward policy con cui tutelare gli interessi di Mosca. Al contrario, i fautori dell’ipotesi sciovinista rivelano l’esistenza di piani ben precisi concernenti l’annessione dell’Afghanistan, propedeutica al suo utilizzo come base avanzata per destabilizzare l’intero scacchiere medio-orientale.

Inequivocabile risulta essere la testimonianza citata dall’archeologo americano Louis Dupree nell’opera Afghanistan in 1982: still no solution, ove si possono leggere le seguenti indiscrezioni:

La defezione di due alti ufficiali del KHAD [il tenente generale Ghulam Sediq Mirakay, responsabile per l’addestramento dell’Intelligence presso l’Accademia di Kabul, e il brigadiere Habibullah Hidayat, n.d.a] nel mese di dicembre, dovrebbe contribuire notevolmente alla comprensione di ciò che sta succedendo ai massimi livelli di potere in Afghanistan.

Entrambi, ad esempio, hanno confermato l’impiego di gas asfissianti da parte dei russi […] hanno affermato che diversi Paesi comunisti avrebbero personale militare in Afghanistan […] hanno anche asserito che Brežnev avrebbe in programma di trasformare l’Afghanistan nella sedicesima repubblica costituente.

Dupree.L., Afghanistan in 1982: still no solution, «Asian Survey», Vol. 23, No. 2, A Survey of Asia in 1982: Part II, Feb., 1983, University of California Press, p.137.

E ancora, questa volta secondo il rapporto stilato da Yossef Bodansky, politologo e direttore della Task Force Congressuale sul Terrorismo e sulla Guerra non Convenzionale:

I vantaggi militari ottenuti dalla presenza sovietica in Afghanistan sono molti. Strategicamente, l’invasione li porta a 200 miglia di distanza dal Golfo Persico (400 contando la distanza di ritorno) garantendone il controllo dei giacimenti petroliferi […] le basi in Afghanistan possono fornire una copertura credibile alla flotta del Pacifico e alle forze future nell’area del Golfo.

La loro capacità di monitorare gli Stati Uniti e altre attività nell’area è aumentata considerevolmente […] hanno stabilito una base più solida per una manipolazione politica in Medio Oriente, in particolare per gli sforzi, già da tempo in atto, per minare internamente il Pakistan e l’Iran.

Bodansky. Y., The bear on the Chessboard: Soviet Military Gains in Afghanistan, «World Affairs», Vol. 145, No. 3, Winter 1982-1983, Sage Publications Inc, pp 273-274.

In sintesi, il quadro poc’anzi delineato porterebbe alle estreme conseguenze quei progetti accarezzati da figure come Boris Ponomarëv (1905-1995), capo del Dipartimento Internazionale del PCUS[3] e promotore di un disegno palingenetico conosciuto con la formula suggestiva di “seconda Mongolia”. Con riferimento a quest’ultimo, l’ideologo russo aveva auspicato la trasformazione della piccola e riottosa RDA in un’autentica democrazia socialista, obiettivo raggiungibile fornendo un cospicuo appoggio economico, logistico e militare in misura analoga con quanto realizzato, circa mezzo secolo prima, con il governo di Ulan Bator.

Non è mia pretesa stabilire quale delle due interpretazioni abbia colto al meglio le aspettative, i dilemmi e gli umori circolanti in seno al Comitato Centrale, né tantomeno offrire una risposta definitiva a un quesito di estrema complessità. Se è vero infatti che la pubblicazione di materiale un tempo secretato ha permesso, all’indomani del crollo dell’URSS, di delineare un quadro più completo dell’impatto che la guerra ha avuto sul declino della superpotenza comunista, analogamente non è stata in grado di sciogliere quei dubbi relativi alle concause che hanno influito sul processo di decision making.

L’ORSO ANDÒ SULLA MONTAGNA: PROVE TECNICHE DI INVASIONE

Stando a quanto emerso dall’indagine condotta dal Soviet Supremo[4] per ripercorrere la catena di eventi che, a partire dall’autunno del 1979, aveva travolto l’Unione Sovietica trascinandola nelle sabbie mobili dell’Afghanistan, la transizione verso un approccio interventista si sarebbe consumata al termine di un meeting informale tenutosi nell’ufficio di Brežnev. Peraltro, la scelta di circoscrivere l’incontro a un numero ristretto di fedelissimi quali il ministro per la Difesa Dmitrij Ustinov (1908-1984), il direttore del KGB Jurij Andropov (1914-1984), il responsabile per gli Affari Esteri Andrej Gromyko (1909-1989) e l’ideologo del Partito Michail Suslov (1902-1982), avrebbe costituito un serio vulnus alle prerogative del Politbjuro e del Comitato Centrale, nonché la prova lampante dell’arbitrarietà con cui l’intera iniziativa era stata portata avanti.

A un esame più scrupoloso, tuttavia, risulta possibile affermare che le premesse per un simile colpo di scena affondassero nella ribellione di Herat (15-20 marzo 1979), episodio costato la vita ad almeno un centinaio di cittadini russi impegnati nei ruoli di advisors. In un articolo comparso sulle pagine della Pravda, all’epoca organo di stampo ufficiale del Cremlino, venne infatti riportata l’indiscrezione secondo cui l’Iran avesse spedito migliaia di soldati in incognito per diffondere il germe della rivolta. Soltanto poche settimane dopo, il generale Alexei Yepishev[5] (1908-1985) avrebbe assunto la guida di un’équipe militare chiamata a definire un quadro realistico della situazione, mentre in settembre Taraki (1917-1979) venne invitato a Mosca per affrontare questioni della massima urgenza. Sebbene i dettagli dell’incontro rimangano ancora oggi coperti dal segreto di Stato, diverse testimonianze sembrerebbero convergere su una proposta avanzata dal leader sovietico per far ricongiungere le due ali del PDPA. Nondimeno, perché un simile disegno si concretizzasse occorreva aggirare l’ostacolo rappresentato da Amin, il cui odio viscerale per Karmal aveva spinto il Segretario del PCUS a raccomandarne il tempestivo allontanamento.

Breve video sull’argomento tratto dal nostro canale Youtube

Queste manovre ad ampio raggio non mancarono però di alimentare i sospetti del diretto interessato che, dopo essere miracolosamente sfuggito a una congiura ordita dal cosiddetto “Gruppo dei Quattro[6], ordinò la mobilitazione dei reparti stanziati nella capitale affinché arrestassero il suo mentore (14 settembre). Per giustificare un cambio di leadership così repentino, il regime avrebbe diramato un comunicato ufficiale asserendo che lo storico dirigente comunista, in seguito alle complicazioni sopraggiunte con la maturità, non era più in grado di adempiere ai propri uffici. L’atto finale della parabola politica del “Maksim Gorky dell’Afghanistan” si sarebbe consumato nella giornata del 10 ottobre, quando la notizia della sua morte (invero precedente di due giorni) venne resa nota in un trafiletto pubblicato sull’ultima pagina del The New Kabul Times.

Consapevole dell’ostilità nutrita dal Cremlino nonostante le dichiarazioni rassicuranti rilasciate del Dipartimento Internazionale, il nuovo padrone della RDA non perse tempo ad ampliare la base di supporto commutando le condanne a morte in pene più leggere, rilasciando una lista coi nominativi di 18.000 persone trucidate sin dall’aprile del 1978, liberando migliaia di prigionieri e convocando una loya jirga[7] per cooptare le altre forze politiche nell’area di governo. Si cercò inoltre di rilanciare la collaborazione col Pakistan al fine di neutralizzare i santuari della resistenza situati al di là del confine ma, per sfortuna di Amin e dei suoi collaboratori, il loro destino era appeso a un filo troppo sottile per resistere alla tempesta che li avrebbe di lì a poco travolti. L’ultimo tentativo di mediazione diplomatica si sarebbe infatti registrato il 28 novembre quando Viktor S. Paputin, Tenente Generale e Viceministro agli Affari Interni dell’Unione Sovietica, atterrò a Kabul per conferire personalmente con il leader afghano. Secondo quanto emerge dal saggio Soviet-Afghan relations from cooperation to occupation di Alam Payind, direttore del Centro per gli Studi sul Medio Oriente (MESC) presso l’Università statale dell’Ohio:

[…] la missione principale di Paputin potrebbe essere stata quella di fare pressione su Amin perché si facesse da parte in favore di Babrak, convincendolo a “invitare” l’Unione Sovietica affinché inviasse un gran numero di truppe nel Paese o, se tutto il resto fosse fallito, perché facesse uccidere Amin. Sembra che Paputin abbia fallito nella propria missione, e la sua morte, avvenuta il secondo giorno dell’invasione (28 dicembre), ha portato alla speculazione secondo cui si fosse suicidato per questo motivo.

Payind. A., Soviet-Afghan relations from cooperation to occupation, «International Journal of Middle East Studies», Vol. 21, No. 1 (Feb., 1989), p.120, Cambridge University Press

L’indicatore più eloquente della vulnerabilità in cui versava il governo rimaneva, ad ogni modo, l’elevato tasso delle defezioni all’interno delle forze armate: basti pensare che, alla vigilia del conflitto, il numero degli effettivi tra Esercito e Aviazione si era praticamente dimezzato in rapporto ai valori del 1978 (55.000 unità invece delle 110.000 originarie). Uno stillicidio al quale i sovietici risposero incrementando la propria presenza militare fino a 8.000 soldati e 1.500 consiglieri.

ŠTORM 333

Con il passaggio in prima lettura della risoluzione relativa all’intervento in Afghanistan, il 12 dicembre 1979, la lunga marcia di avvicinamento verso la guerra poté ritenersi ufficialmente conclusa. Nel corso delle due settimane successive, infatti, i servizi di intelligence occidentali segnalarono l’arrivo di centinaia di aerei da trasporto sulle piste di Bagram, Kabul e Shindand, nonché il dispiegamento di molteplici battaglioni aviotrasportati per coadiuvare le truppe già operative nel Paese. Puntualizza in proposito Fred Halliday, riferendosi ai piani predisposti dall’Alto Comando sovietico:

Il piano d’azione autorizzato dal Politbjuro includeva sia un elemento palese, la spedizione di un “contingente militare limitato” (presumibilmente su richiesta del governo del PDPA); sia un elemento nascosto, la rimozione del leader afghano Hafizullah Amin e la sua sostituzione da parte di Babrak Karmal.

Halliday. F., Soviet Foreign Policymaking and the Afghanistan War: From ‘Second Mongolia’ to ‘Bleeding Wound’, «Review of International Studies», Vol. 25, No. 4., Oct., 1999, Cambridge University Press, p. 677.

L’apertura delle ostilità venne fissata per le ore 19:00 del 27 dicembre, quando i 700 uomini appartenenti alle unità speciali del KGB, del GRU[8] e del 345° aerotrasportato si impossessarono dei punti nevralgici della capitale. Il più importante fra tutti, ossia il Palazzo Tajbeg dove Amin era stato trasferito per “motivazioni legate alla sua incolumità”[9], sarebbe divenuto l’obiettivo primario dell’operazione Štorm 333[10]. Stando alle testimonianze di coloro che parteciparono all’assalto, il Presidente della Repubblica e le sue guardie del corpo avrebbero opposto una resistenza accanita, venendo soverchiati solamente la mattinata successiva. Il vero paradosso alla base dell’intera vicenda resta però la sottovalutazione, a opera dell’establishment comunista, del pericolo costituito dalle trame sovietiche nonostante le indiscrezioni raccolte fino a quel momento dal KHAD: persino negli istanti cruciali dello scontro il leader dei Khalq, convinto di difendersi da un putsch ordito dai reparti rimasti fedeli a Taraki, avrebbe infatti richiesto l’intervento dei russi, salvo poi doversi arrendere all’evidenza.

Una volta paralizzata la catena di comando, la 40ª Armata del maresciallo Sergej Sokolov (1911-2012) poté procedere in piena sicurezza all’occupazione delle maggiori città del Paese. È bene comunque sottolineare che la celerità che contraddistinse l’andamento delle operazioni, invero modellate su esempio della campagna manciuriana del 1945, non fu imputabile alla sola preponderanza numerica degli attaccanti (circa 80.000 soldati sostenuti da 1.800 carri armati e 2.000 veicoli per il trasporto truppe). Piuttosto eloquenti risultano essere le testimonianze raccolte dalla storica statunitense Meredith L. Runion, che nell’opera The history of Afghanistan (2007) riporta quanto segue:

In precedenza, i consiglieri sovietici avevano disimpegnato con successo le truppe afghane grazie ad alcuni stratagemmi come la rimozione delle batterie dai carri armati, ufficialmente per “motivi di manutenzione”; il rimpiazzo delle munizioni con proiettili a salve, in quanto parte integrante delle “esercitazioni”; l’incarcerazione degli ufficiali più alti in grado per trasgressioni minori.

Runion. M.L., The history of Afghanistan, Greenwood Publishing Group, Santa Barbara, 2007, p.110.

LA REAZIONE DELL’OCCIDENTE

Di fronte alla condanna unanime di una comunità internazionale sconvolta dalla notizia, l’URSS tentò di giustificare la propria condotta appellandosi al Trattato di amicizia e collaborazione sottoscritto, in data 5 dicembre 1978, fra i due Paesi. Nell’articolo 4 del documento si leggeva:

Le Alte Parti contraenti, agendo nello spirito della tradizione di amicizia, di buon vicinato e nello spirito della Carta delle Nazioni Unite, si consultano reciprocamente e, di comune accordo, adottano le misure necessarie per salvaguardare la sicurezza, l’indipendenza e l’integrità territoriale dei due Paesi.

E ancora, stavolta ai sensi dell’articolo 8:

Le Alte Parti contraenti promuoveranno lo sviluppo della cooperazione tra gli Stati asiatici, l’instaurazione di relazioni di pace, di buon vicinato e di fiducia reciproca tra loro, oltre alla creazione di un efficace sistema di sicurezza in Asia sulla base degli sforzi congiunti di tutti gli Stati del continente.

A ciò occorreva aggiungere le tredici richieste di supporto diretto presentate, all’indomani della rivolta nuristana, dai vari Taraki, Amin e Karmal, quest’ultimo reintegrato alla guida del PDPA dopo lo spodestamento del rivale. Tuttavia, la spiegazione fornita dai sovietici non convinse l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che, al termine della Sesta Sessione Speciale convocata su proposta del Consiglio di Sicurezza, adottò la risoluzione ES-6/2: con essa si condannava nella maniera più assoluta l’aggressione ai danni dello Stato centro-asiatico, richiedendo al tempo stesso «il ritiro immediato, totale e incondizionato delle truppe straniere dall’Afghanistan» (15 gennaio 1980). Oltre a ledere il diritto di autodeterminazione dei popoli sancito negli articoli 1 e 55 della Carta ONU, infatti, l’intervento non rientrava in alcuna delle eccezioni previste dal Capitolo VII sull’utilizzo della forza[11].

La presa di posizione più dura rimase però quella assunta dal presidente americano Jimmy Carter (1924-vivente), il quale non si limitò a colpire l’Unione Sovietica attraverso l’embargo sull’esportazione di grano e il boicottaggio delle Olimpiadi, ma adottò provvedimenti draconiani quali il rifiuto di ratificare i nuovi accordi per la limitazione degli armamenti strategici (SALT II); l’indirizzamento di una richiesta affinché il Congresso aumentasse i finanziamenti alla difesa del 5%; la formulazione dell’omonima dottrina imperniata sulla difesa degli interessi statunitensi nel Golfo Persico; l’avvio di un programma di aiuti economico-militari indirizzato ai guerriglieri afghani, conosciuto con il nome in codice “operazione Cyclone”.

Niccolò Meta

La Minerva

Classificazione: 5 su 5.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] La crescente disaffezione verso il comunismo sovietico portò, tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, alla nascita di svariati gruppi sovversivi conosciuti con la denominazione generica di “nuova destra russa“. Animati dal desiderio di riscattare il Paese dopo un cinquantennio di dittatura proletaria, questi movimenti si elevarono a portavoce di programmi imperniati sulla riscoperta del nazionalismo, della religione ortodossa e dell’espansionismo militare.

[2] Il mullah è un uomo o una donna di religione musulmana esperto di teologia e della sharīʿa.

[3] Il Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale del PCUS era un organo istituzionale deputato della coordinazione dell’attività fra i partiti aderenti all’Internazionale comunista.

[4] Oberdorfer. D., The Turn, London. Jonathan Cape, 1992, p.p 236-237, «BBC Summary of World Broadcasts», 29 dicembre 1989.

[5] Il nome di Alexei Yepishev resta indissolubilmente legato alla Primavera di Praga, dove si era distinto per l’intransigenza mostrata nei confronti degli autoctoni.

[6] Con tale formula si è soliti indicare i collaboratori più intimi di Taraki, nello specifico Mohammad Aslam Watanjar, Ministro degli Interni, Sayed Muhammad Gulabzoi, alle comunicazioni, Sherjan Mazdoryar, responsabile Affari di Frontiera e Assadullah Sarwari, Capo della Sicurezza dello Stato).

[7] Nel contesto afghano, una loya jirga è una grande assemblea chiamata a deliberare su questioni della massima urgenza quali la selezione del corpo dei guerrieri (lashkar) e del loro leader provvisorio.

[8] Il Direttorato Principale per l’Informazione o GRU (Glavnoe razvedyvatel’noe upravlenie) è il servizio di intelligence delle forze armate russo-sovietiche. A differenza del KGB, esso non dipende dallo Stato maggiore delle forze armate (STAVKA)

[9] Il primo attentato ordito contro Amin si consumò nella giornata del 13 dicembre, quando gli agenti del KHAD scoprirono i piani per avvelenarlo. Curiosamente, colui che rischiò la vita fu l’incolpevole nipote.

[10] Štorm 333 rientrava nella cornice più vasta dell’operazione Bajkal 79, mirata a occupare le principali installazioni strategiche della capitale afghana.

[11] Si sta parlando delle iniziative promosse per riportare o mantenere la pace internazionale, nonché delle misure di autodifesa riconosciute agli Stati membri.

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