Le Grandi Purghe e l’Armata Rossa

Nel presente lavoro, il nostro obiettivo sarà quello di descrivere l’impatto avuto dalle “Grandi Purghe” sull’Armata Rossa, sia nel breve che nel medio periodo. Non bisogna infatti dimenticare che, all’inizio dell’operazione Barbarossa, esse giocarono un ruolo chiave nella disfatta delle forze sovietiche, specialmente perché l’espansione di queste ultime avrebbe necessitato di ufficiali all’altezza.

È utile poi ricordare che, pur essendo meno note in Occidente, le epurazioni ai danni dello strumento bellico non restarono circoscritte al solo triennio 1936-38. Perché allora non godono della medesima rilevanza? Il motivo va ricercato nel drammatico scadimento qualitativo e quantitativo vissuto, nella seconda metà degli anni ‘30, dai vertici delle forze armate: si pensi all’esecuzione del maresciallo Mikhail Tuchačevskij, promotore di una modernizzazione dell’esercito e delle sue dottrine operative, così come alle misure prese nei confronti della Marina e dell’Aviazione. Aspetto non meno rilevante, le “purghe” si rivelarono uno strumento formidabile per chiudere i conti con la correnti “frazioniste”, ponendo fine a una rivalità risalente all’epoca della guerra con la Polonia (1919-21).

All’atto pratico, oltre un milione di persone sarebbero state colpite dai provvedimenti del regime, danneggiando in maniera quasi irreversibile la credibilità dei comandi militari. Ciò non tardò ad avere conseguenze terribili sui processi decisionali: spesso infatti si preferiva non agire in alcun modo, perché una scelta infelice avrebbe sicuramente condotto a una punizione draconiana. Nell’estremo tentativo di circoscrivere i danni collaterali, si optò quindi per promuovere gli elementi più giovani e politicamente affidabili, i quali però mancavano delle competenze indispensabili per assolvere ai compiti richiesti.

Nondimeno, la scomparsa dei vecchi quadri avrebbe contribuito a un deciso svecchiamento dell’Armata Rossa, consentendo l’emergere di una nuova generazione di ufficiali con idee coraggiose e all’avanguardia. Naturalmente si trattò di un effetto secondario, quasi a testimoniare l’inabilità del Cremlino nel controllare quello stesso processo che aveva messo in moto, andando ben oltre gli obiettivi fissati alla vigilia della mattanza.

LE GRANDI PURGHE: UN BREVE RESOCONTO

Premessa indispensabile da cui avviare l’intera disamina è l’aggravamento delle tendenze paranoiche di Stalin, esacerbate da un’atavica insofferenza verso quanti avevano costruito la loro fama negli anni della Rivoluzione. Parimenti, le criticità legate alle iniziative promosse dall’establishment, nello specifico le politiche di collettivizzazione e il potenziamento dell’industria pesante, avrebbero giocato un ruolo significativo nel legittimare le frange che guardavano con apprensione alla condotta del Segretario Generale.

L’occasione perfetta per ridurre al silenzio il coro delle voci ostili si sarebbe presentata il 1 dicembre 1934, quando Sergej Kirov, stretto collaboratore del rivoluzionario georgiano, venne assassinato da Leonid Nikolaev per ragioni ancora sconosciute[1]. Come si potrà facilmente intuire, un simile episodio offrì il proverbiale “casus belli” per scatenare una campagna epurativa senza precedenti nella storia dell’URSS, assicurando al dittatore il pieno controllo sulla macchina statale e sulle forze armate.

Il primo grande processo, ribattezzato “dei 16” per via del numero degli accusati, si sarebbe abbattuto come una scure sull’ala sinistra del VKP (b)[2], decapitandone i principali leader quali Kamenev e Zinov’ev. Ad esso avrebbe fatto seguito quello “dei 17”, indirizzato contro il cosiddetto “centro trockijsta anti-sovietico”; quello degli ufficiali, di cui ci occuperemo nel prossimo paragrafo; quello “dei 21”. La ferocia della repressione non avrebbe risparmiato neppure i colleghi più intimi di Stalin come Nikolaj Ežov e Genrich Jagoda, entrambi alla guida del Commissariato del Popolo per gli Affari Interni (NKVD).­­­­­­­­­­­­­­­­

L’EPURAZIONE DELLE FORZE ARMATE

Forti di questa breve ricostruzione, proseguiamo l’analisi sugli effetti che le “Grandi Purghe” ebbero sul piano operativo. Dalla documentazione ufficiale emerge che, nell’arco del solo 1937, furono condotti non meno di 936.000 arresti, ai quali se ne sarebbero aggiunti altri 638.000 nel 1938. Dunque, su un totale di 1.574.000 sospettati, circa 681.000 furono giustiziati dai plotoni d’esecuzione, mentre i restanti vennero incarcerati o spediti nei gulag. È bene comunque puntualizzare che simili cifre non riguardano esclusivamente il personale militare, bensì l’intera popolazione del Paese[3].

Con riferimento all’Armata Rossa, nel 1935 si contavano cinque Marescialli dell’Unione Sovietica: il summenzionato Tuchačevskij; Aleksandr Egorov; Vasilij Bljucher; Kliment Vorošilov; Semën Budënnyj, del quale abbiamo già discusso nell’articolo concernente la battaglia di Varsavia. Fra tutti, solo gli ultimi due ebbero salva la vita[4]. Né maggior fortuna ebbero i Komandarm di primo e di secondo rango, equivalenti ai nostri generali d’armata: nel quinquennio compreso fra il 1936 e il 1941, ben 19 su 20 vennero fucilati. L’unico sopravvissuto fu il leggendario Konstantin Rokossovskij, reintegrato nel 1940 a causa della cronica penuria di ufficiali esperti.

Passando ai comandanti di brigata, furono oltre 200 quelli liquidati a partire dal 1937, cioè quasi la metà di quanti erano in servizio nel ‘36 (474). Ad essi si sarebbero aggiunti i suicidi e i morti in carcere, tanto che all’indomani dell’invasione nazista i riabilitati furono a malapena una quindicina. Arriviamo così alla flotta da guerra, epurata di cinque ammiragli per via del valzer di nomine susseguitosi negli anni[5].

Va infine detto che le vittime del regime non si limitarono ai soli “purgati”, dal momento che molteplici figure vennero allontanate perché ritenute politicamente inaffidabili[6].

LE CONSEGUENZE SUL BREVE-MEDIO PERIODO

Ma quali furono gli effetti di un simile flagello? Secondo il giudizio di Georgij Žukov, uno dei massimi artefici della vittoria del ‘45, la perdita di Tuchačevskij fu un colpo durissimo perché privò il Ministero della Difesa di uno dei suoi uomini migliori[7], rallentando per di più lo sviluppo dell’arma meccanizzata. Aspetto non meno critico, le posizioni vacanti furono occupate da figure spesso inadatte ma ben inserite, alimentando i contrasti con un personale di carriera che si riteneva danneggiato da una tale impostazione.

Tutto ciò avrebbe contribuito, nel breve-medio termine, ad esacerbare le problematiche addestrative. Simili elementi non erano infatti muniti dell’esperienza necessaria per preparare le nuove classi di cadetti, creando di conseguenza un vuoto formativo che avrebbe inciso negativamente sull’efficienza delle forze armate. Va inoltre considerato che, allo scoppio della seconda guerra mondiale, il sistema d’inquadramento dei reparti russi tendeva ad assegnare troppe unità ai Komandarm, complicando enormemente la gestione d’insieme. Infine, la necessità di garantire un numero adeguato di ufficiali obbligò i vertici militari a ricorrere a una serie di espedienti, in primis riducendo la formazione dei futuri comandanti da 4 a 2 anni (introducendo peraltro un’educazione di tipo politico).

Quanto avete letto è solo un estratto delle tematiche analizzate, in maniera assai più strutturata, nel relativo approfondimento “Seconda Guerra Mondiale ⁍ Le Grandi Purghe di Stalin”. Se non avete soddisfatto la vostra sete di curiosità, questo è il momento giusto per godervi il video realizzato dal canale YouTube Parabellum.

Buona visione!

Il video realizzato dal canale YouTube Parabellum

Mirko Campochiari, Niccolò Meta

La Minerva

Classificazione: 5 su 5.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Ancora oggi non è del tutto chiaro se l’assassinio sia stato ordito da Stalin, o se Kirov sia stato vittima di una frangia trockijista, di una diatriba personale o un di un altro complotto.

[2] L’acronimo VKP (b), utilizzato in Russia dal 1925 al 1953, stava a indicare il Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

[3] All’epoca la popolazione complessiva ammontava a 193 milioni di abitanti, di cui 7 inquadrati nell’esercito.

[4] Voroshilov poté salvarsi grazie all’attenta opera di delazione ai danni dei suoi colleghi e sottoposti; Budënnyj, dal canto suo, venne definito da Stalin: “Un uomo con degli immensi baffi, dotato di un cervello piccolissimo”.

[5] Il numero di ammiragli della flotta rossa era infatti limitato a 4. Come ribadito nelle infografiche, simili cifre sono tratte dall’opera “The Red Army and the Second World War“, di Alexander Hill.

[6] In quest’ultimo caso, i numeri non sono quantificabili.

[7] All’atto pratico, Tuchačevskij non aveva mai occupato una simile carica, ma godeva di una certa influenza sul dicastero.

  • R.Conquest, The Great Terror : Stalin’s Purge of the Thirties;
  • M. Shatz, Stalin, The Great Purge, and Russian History: a New Look at the “New Class“;
  • J.A. Getty, Origins of the Great Purges The Soviet Communist Party Reconsidered, 1933-1938;
  • J.Erickson, The Soviet High Command: A Military-Political History 1918-1941;
  • A.Hill, The Red Army and the Second World War;
  • G. Liedtke, Enduring the Whirlwind: The German Army and the Russo-German War 1941-1943;
  • B. Moynahan, The Claws of the Bear: A History of the Soviet Armed Forces from 1917 To The Present;
  • T.E.Ricks, The Generals: American Military Command from World War II to Today.

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