La guerra d’Etiopia  (1935-36) – Atto III – colonie, costi e crimini

In questo terzo e ultimo appuntamento dedicato alla guerra d’Etiopia, il nostro focus si concentrerà sulle conseguenze politiche del conflitto e, più precisamente, sugli effetti immediati che esso ebbe sullo scacchiere internazionale.

È chiaro infatti che la posizione dell’Italia alla vigilia delle ostilità, ossia l’appartenenza al blocco di Stresa in chiave anti-tedesca, venne messa irrimediabilmente in discussione: molti ricorderanno che, nell’estate del 1934, lo stesso Mussolini aveva inviato quattro divisioni al confine con l’Austria (di cui Roma era il principale garante) per dissuadere Hitler dall’intraprendere azioni belliche, mossa con cui peraltro sperava di ottenere concessioni coloniali dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Non deve quindi sorprendere lo sbigottimento italiano a fronte di una simile contrarietà[1], culminata nelle “inique sanzioni” del novembre 1935.

L’insieme di tali fattori condusse a un drammatico allineamento con la Germania nazista, imputabile soprattutto alla cronica mancanza di risorse naturali che attanagliava il bel paese (carbone in primis). Ciò avrebbe permesso al Reich di assurgere al ruolo di fornitore sostitutivo, ottenendo in cambio un atteggiamento meno intransigente per quanto concerneva l’Anschluss[2]. In sintesi, la campagna etiopica ebbe profonde ripercussioni sulla credibilità della SDN[3], esponendone i limiti intrinseci rispetto alla condotta degli Stati membri, nonché sulla diplomazia anglo-francese, i cui fallimenti ebbero gravi ricadute nel breve-medio periodo.

Altrettanto significativa sarà l’enfasi posta sui costi materiali e finanziari dell'”impresa”, determinanti nel riflettersi sullo stato d’impreparazione generale delle forze armate, così come sui crimini commessi dalle truppe d’occupazione fra il 1936 e il 1941.

L’IMPRESA ETIOPICA: IL PREZZO DI UN CONFLITTO EVITABILE

Premessa indispensabile dalla quale dobbiamo muovere è che, malgrado l’ampia rilevanza attribuitale dalla propaganda[4], non esistessero piani concreti per la “valorizzazione” e lo sfruttamento della colonia. Tale assunto trova la propria legittimità nelle dichiarazioni pubbliche, nei documenti ufficiali e nelle direttive emanate dal regime dopo la proclamazione dell’impero, ove non risultano tracce di un disegno coerente per l’integrazione economica dei possedimenti africani. Piuttosto emblematiche furono le parole proferite dal Duce nel luglio del ’36:

“Il territorio dell’Etiopia è oggi così vasto e le sue risorse così poco note che sarebbe impossibile fare un calcolo realistico degli anni necessari perché renda. L’impresa certamente richiederà parecchi decenni. Tuttavia, noi marceremo, come sempre, rapidamente e, dopo pochi anni, i risultati della volontà e del lavoro italiano diventeranno visibili. In questo compito saremo animati dallo spirito e dal metodo fascista che hanno creato un ordine nuovo”.

A.Gagliardi, “La mancata «valorizzazione» dell’impero. Le colonie italiane in Africa orientale e l’economia dell’Italia fascista”,

Nonostante la palese improvvisazione, è doveroso menzionare la volontà di Roma di trarre pieno vantaggio dalla sua ultima conquista, destinando ingentissimi capitali all’incremento dei flussi migratori[5].

Molti furono gli ostacoli che decretarono il sostanziale fallimento dell’iniziativa: si pensi all’incapacità delle amministrazioni locali di pacificare l’intera regione, circoscrivendo il loro controllo ai maggiori centri urbani e alle vie di comunicazione, così come alla natura stessa del territorio, i cui spazi sterminati e le infrastrutture carenti ne impedivano una rapida modernizzazione.

Degno di nota fu il tentativo di realizzare una vera e propria area di interscambio, propedeutica a migliorare lo stato di salute dell’economia nazionale[6]. Tale esigenza sarebbe divenuta ancor più pressante con il prosieguo dell’esperimento autarchico, presto applicato ai governatorati d’oltremare che divennero, in breve tempo, il mercato ideale per l’esportazione dei nostri prodotti. Nondimeno, un simile aumento non fu mai controbilanciato da un’analoga crescita dell’import, tanto che le colonie non poterono in alcun modo soddisfare la domanda interna.

Ad esacerbare il quadro appena descritto contribuirono le spese per il mantenimento dell’impero, non sempre imputabili agli oneri sostenuti durante il conflitto: basti pensare che, a distanza di oltre 80 anni, non esistono quantificazioni precise in merito alla portata degli investimenti erogati, conseguenza di quegli artifici contabili di cui il regime si rese protagonista[7]. Stando però alle cifre riportate dalla Commissione Finanze del Senato del Regno, nella stagione compresa fra il 1935 e il 1939 fu versata una media annua superiore alle 10 miliardi di lire, pari cioè al 20-25% della spesa pubblica e al 12% del RNL[8]. Per coprire un esborso così oneroso, il Regno d’Italia si vide dunque costretto a emettere nuovo debito, titoli ai quali dovette aggiungersi il pagamento dei relativi interessi.

In conclusione, alla stregua di quanto già asserito nell’articolo precedente, i costi materiali e finanziari dell’occupazione lasciarono una gravosa eredità, non solo perché sproporzionati in rapporto ai benefici ottenuti a livello pratico, ma anche perché causa del mancato ammodernamento delle forze armate[9]

I CRIMINI IN AFRICA ORIENTALE: ITALIANI BRAVA GENTE?

Quando si affronta il tema dell’“impresa etiopica”, il discorso tende inevitabilmente a focalizzarsi su due aspetti controversi: il frequente ricorso alle armi di distruzione di massa e la condotta assunta dagli occupanti[10].

Formalmente “giustificato” dal presunto utilizzo dei proiettili dum dum[11]da parte nemica, l’impiego delle armi chimiche era stato in realtà preso in esame ben prima dello scoppio del conflitto, intenzione testimoniata dall’approntamento delle bombe C.500T e dei mezzi più idonei al loro rilascio. Stando invece ai documenti dell’epoca, i principali fautori di un’opzione così scellerata sarebbero stati i generali Graziani e Badoglio, nonché lo stesso Presidente del Consiglio. Da quel momento in poi (27 ottobre 1935), gli attacchi proseguirono con rinnovata intensità fino alla conclusione dei combattimenti[12], decretando la morte di un numero imprecisato di autoctoni.

Non meno feroce si dimostrò la repressione promossa dall’ex vicegovernatore della Cirenaica[13], spesso contraddistinta da metodi tanto brutali quanto inefficaci. Di fronte alla recrudescenza del movimento guerrigliero, gli italiani avrebbero infatti risposto con estrema durezza liquidando interi villaggi, perpetrando stragi e gassando i ribelli che avevano trovato rifugio sulle montagne. Atteggiamento, questo, che non mancò di suscitare una reazione violenta.

Per celebrare la nascita dell’ultimo rampollo di casa Savoia, ad Addis Abeba venne organizzata una grandiosa cerimonia nel giorno della Purificazione della Vergine (19 febbraio 1937). Fu in tale circostanza che un gruppo di insorti, traendo vantaggio dall’allentamento delle misure di sicurezza[14], attentò alla vita del viceré Graziani e delle autorità coloniali ivi presenti, ferendole gravemente; immediata a quel punto fu la risposta dei soldati che, aprendo il fuoco sulla folla inerme, massacrarono all’incirca 300 persone, preludio di sanguinosa rappresaglia culminata nell’eliminazione di migliaia di innocenti[15].

L’episodio offrì inoltre il pretesto ideale per decapitare la classe dirigente e la Chiesa copta, sospettate di aver cospirato assieme ai facinorosi. Sempre nell’ottica di quest’epurazione, un manipolo di truppe ascare comandate dal generale Maletti si sarebbe diretto verso il monastero di Debra Libanòs, teatro fra il 21 e il 29 maggio 1937 della barbara esecuzione di oltre 400 monaci e di 129 laici[16].

Quanto avete letto è solo un estratto delle tematiche analizzate, in maniera assai più strutturata, nel relativo approfondimento “La Guerra d’Etiopia [3 Parte] Colonie, Costi e Crimini”. Se non avete soddisfatto la vostra sete di curiosità, questo è il momento giusto per godervi l’ottimo video realizzato dal canale YouTube Parabellum.

Buona visione!

L’ottimo documentario realizzato da Parabellum


Mirko Campochiari, Niccolò Meta

La Minerva

Classificazione: 5 su 5.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI


[1] Benché si fossero dichiarate contrarie alle velleità imperialistiche dell’Italia, Londra e Parigi valutarono la possibilità di raggiungere un compromesso mediante la spartizione dell’Abissinia (Piano Hoare-Laval).

[2] Unione politica tra l’Austria e la Germania.

[3] Società delle Nazioni.

[4] A onor del vero, la stessa propaganda insistette su formule generiche come quella dell’«impero del lavoro», o della colonia come spazio ideale per la formazione dell’«uomo nuovo» fascista: frugale, guerriero e consapevole della propria superiorità razziale.

[5] Sempre citando l’ottimo saggio del Prof. Angelo Gagliardi:

“L’obiettivo del colonialismo demografico era quello di dirottare verso i possedimenti d’oltremare la più alta quota possibile di flussi migratori precedentemente diretti verso l’estero, per mettere fine, una volta per tutte, alla lunga storia degli italiani popolo di emigranti. Con la conquista dell’Etiopia, secondo i teorici del colonialismo, si poteva realizzare il progetto, fallito in Libia, di un colonialismo marcatamente «popolare», e dare vita a un impero del lavoro”.

A.Gagliardi, “La mancata «valorizzazione» dell’impero. Le colonie italiane in Africa orientale e l’economia dell’Italia fascista”

[6] Tale iniziativa ricalcava quanto era stato già fatto dal Regno Unito con la conferenza di Ottawa (1932), nonché dalla Francia e dalla Germania a partire dalla seconda metà degli anni’ 30.

[7] Come già all’epoca della Libia, le spese di guerra furono contabilizzate fuori bilancio e generalmente differite a esercizi successivi, in modo da far apparire i conti in pareggio.

A.Gagliardi, “La mancata «valorizzazione» dell’impero. Le colonie italiane in Africa orientale e l’economia dell’Italia fascista”

[8] Reddito Nazionale Lordo.

[9] Le guerra d’Etiopia e di Spagna prosciugarono le riserve auree del nostro Paese, bloccando così ogni disegno di modernizzazione delle FF.AA.

[10] È altrettanto doveroso sottolineare che il nostro Paese fosse firmatario di ben due convenzioni per la rinuncia ai gas, nello specifico quella dell’Aia del 1899 e il Protocollo di Ginevra del 1925.

[11] I proiettili dum-dum utilizzano delle pallottole progettate per espandersi nel corpo della vittima, aumentando così la gravità delle ferite.

[12] Tra gli agenti più comuni occorre menzionare quelli asfissianti quali il fosgene, la cloropicrina e l’arsina, spesso usati in combinazione con l’iprite e la lewisite (questi ultimi gas vescicanti capaci di grande persistenza).

[13] Graziani, divenuto viceré d’Etiopia nel giugno del 1936.

[14] Nel tentativo di mostrare la benevolenza dei conquistatori, Graziani autorizzò la distribuzione di 5.000 talleri d’argento fra gli autoctoni, cerimonia da tenersi al cospetto delle autorità coloniali.

[15] Le cifre a riguardo sono alquanto vaghe: fonti italiane parlano di un numero di vittime compreso fra le 5.000 e le 8.000 unità; quelle etiopi superiore alle 20.000.

[16] A questo bilancio andrebbero sommate le centinaia di etiopi assassinati durante la marcia verso il villaggio conventuale. Studi condotti negli anni ’90 portano il numero delle vittime a oltre 1.500 persone.

  • G. Rochat, Il colonialismo italiano;
  • G. Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta;
  • G. Rochat, Militari e politici nella preparazione della campagna d’Etiopia: studio e documenti, 1932-1933;
  • L. E. Longo, La Campagna Italo-Etiopica Vol. I e II, Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito;
  • V. Beltrami, Italia d’oltremare: storie dei territori italiani dalla conquista alla caduta;
  • A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. I: Dall’Unità alla marcia su Roma;
  • A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. II: La conquista dell’Impero;
  • A. Del Boca, Italiani, brava gente?
  • A. Del Boca, La guerra di Etiopia. L’ultima impresa del colonialismo;
  • A. Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia;
  • S. Belladonna, Gas in Etiopia. I crimini rimossi dell’Italia coloniale;
  • D. Nicolle, R.Ruggeri, The Italian Invasion of Abyssinia 1935-36 (Inglese);
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  • M.Antonsich, Addis Abeba «caput viarum». Le strade del Duce in Abissinia, «Limes», 3: 133-144;
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  • Maione G. 1979, L’imperialismo straccione. Classi sociali e finanza di guerra dall’impresa etiopica al conflitto mondiale (1935-1943);
  • Gagliardi A. 2006, L’impossibile autarchia. La politica economica del fascismo e il Ministero scambi e valute;
  • M.Baumont, Le origini della Seconda guerra mondiale.

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