La guerra d’Etiopia (1935-36) – Atto II – La campagna militare

Riprendiamo il discorso da dove ci siamo interrotti, ossia dallo svolgimento della campagna militare contro l’impero etiopico.

Senza nemmeno una formale dichiarazione di guerra, alle ore 5:00 del 3 ottobre 1935, le truppe italiane attraversarono il confine muovendo dalle loro basi in Eritrea e in Somalia, dando inizio a quella che sarebbe divenuta la più imponente impresa coloniale mai tentata nella storia. Appena due giorni dopo, la Società delle Nazioni avrebbe invece condannato l’atteggiamento espansionistico del nostro Paese, premessa per un ultimatum nel quale vennero prospettate ingenti sanzioni economiche (11 ottobre).

In ultima istanza, i costi materiali e finanziari imposti dal conflitto avrebbero lasciato una pesante eredità, non solo perché sproporzionati in rapporto ai benefici ottenuti sul piano concreto, ma anche perché causa principale del mancato ammodernamento delle forze armate. Di conseguenza, è lecito affermare che il maggior impulso dietro all’apertura delle ostilità siano state le ambizioni coltivate dal regime fascista, alla ricerca di un proprio “posto al Sole” nonostante il moltiplicarsi delle frizioni interne.

Una simile iniziativa avrebbe assunto un’importanza così centrale nell’agenda politica da condurre Mussolini, irriducibile sostenitore del disegno sciovinistico, ad autorizzare l’impiego di ogni tipo di armamento come le famigerate armi chimiche, nonché ad avallare il siluramento di De Bono a pieno vantaggio di Badoglio.

Malgrado la feroce resistenza opposta sino all’ultimo, gli etiopi non poterono nulla contro un avversario di gran lunga superiore a livello numerico e tecnologico, capitolando nel maggio del ‘36 in seguito alla conquista della capitale Addis Abeba. Ciò non significò automaticamente che Roma estese il proprio controllo sulla regione, soprattutto perché l’instancabile guerriglia ingaggiata dagli arbegnuoc (patrioti) lo limitò ai maggiori centri urbani, reclamando al contempo più vittime di quanto non avesse fatto la guerra stessa.

LE FORZE IN CAMPO

Prima di addentrarci nella narrazione della campagna, è opportuno delineare un quadro completo delle forze a disposizione dei contendenti.

Benché gli italiani fossero riusciti a mobilitare oltre 1.3 milioni di effettivi[1], il numero degli uomini schierati sul campo era in realtà più modesto, nello specifico 450.000 combattenti[2]; una situazione analoga a quella verificatasi tra le fila avversarie, dove a fronte di un potenziale di 800.000 guerrieri ne vennero arruolati circa la metà[3]. Volgendo uno sguardo agli abissini, conviene tener conto di come non esistesse un leva obbligatoria nel senso classico del termine, bensì una chiamata alle armi con cui il Negus sollecitava i dignitari (ras) affinché dispiegassero le proprie milizie[4]. A tal proposito, l’antica usanza di portare con sé armenti, schiavi e famiglie avrebbe giocato un ruolo chiave nell’aumentare il bilancio delle vittime, specie in battaglie sanguinose come quella che infuriò sull’Amba Aradan nel febbraio del ’36[5].

Non tutti i reparti dell’esercito mantenevano però un’impostazione feudale: la guardia imperiale, ad esempio, aveva beneficiato del trasferimento di conoscenze e metodologie da parte dei consiglieri militari belgi, svizzeri e svedesi, vantando un addestramento e una dotazione bellica sensibilmente migliori delle controparti[6].

Con riferimento alla componente corazzata, gli italiani potevano invece affidarsi a ben 800 autoblindo e tankette (carri veloci) CV33, al contrario dei difensori i cui 10 mezzi (in gran parte Vickers 6-Ton e Fiat 3000) furono successivamente rimpinguati da una ventina di veicoli messi fuori combattimento. Altrettanto palese era il divario nell’artiglieria campale, con 2.000 cannoni impiegati dai primi rispetto alle poche centinaia utilizzati dagli etiopi, in gran parte risalenti alla fine del XIX secolo.

Il medesimo discorso andava applicato all’aeronautica, con gli invasori sostenuti da non meno di 350 caccia e velivoli da ricognizione[7], nonché da oltre 150 aeroplani da bombardamento del tipo Caproni Ca.101 e Ca.113. Ed è qui che il confronto tra i belligeranti assume contorni farseschi, con gli autoctoni in grado di opporre una dozzina di apparecchi obsoleti e scarsamente manutenuti.

Nonostante lo scenario appena descritto, gli abissini seppero sfruttare a proprio vantaggio la morfologia del territorio, ricorrendo agli spostamenti notturni per minimizzare lo strapotere dell’aviazione nemica.

LE STRATEGIE DEI CONTENDENTI E LE FASI INIZIALI DELLA CAMPAGNA

Nelle intenzioni originarie, il Regno d’Italia avrebbe dovuto sferrare un attacco lungo due direttrici per poi convergere su Addis Abeba, ma le difficili condizioni geografiche mal si adattavano alle tattiche d’aggiramento visionate dai pianificatori. Viceversa, le truppe celeri comandate da Rodolfo Graziani ricevettero l’ordine di conquistare Sabbeh e Harrar per poi dirigersi a sud-ovest, preludio di un rendez-vous con le unità più lente e di un assalto diretto sulla capitale.

Di fronte a un simile dispiegamento, i ras risposero concentrando gli sforzi contro il gruppo d’armate nord e le formazioni dell’ex vicegovernatore della Cirenaica[8], lasciando a un pugno di reparti il compito di difendere il resto dell’Ogaden. Come se ciò non fosse bastato, il fulcro dei loro contingenti impiegò sin troppo tempo per organizzarsi, vedendosi obbligati a contenere la minaccia fascista nell’attesa di una controffensiva invernale.

Cominciata all’alba del 3 ottobre, la campagna militare fu inizialmente scandita dal rapido incedere degli assalitori, forti di un’indiscutibile supremazia tattica e aiutati dall’effetto sorpresa. L’insieme di questi due aspetti ebbe quindi un peso determinante nel convincere Hailé Selassié, imperatore dal novembre del 1930, a imporre la ritirata strategica per consentire il raggruppamento oltre le rive del Tecazzè, consegnando in mani ostili le città di Adigrat (5 ottobre), Adua (6 ottobre) e Axum (15 ottobre). Nondimeno, i successi italiani sarebbero ben presto scemati a causa delle croniche difficoltà logistiche, invero esacerbate dall’ingerenza di Mussolini che premeva per una condotta più aggressiva. Sul finire del mese, complice l’arrivo della stagione delle grandi piogge, la prepotente avanzata si sarebbe temporaneamente esaurita nell’area di Macallè, ponendo le solide premesse per l’esautorazione di De Bono (6 novembre) e il suo avvicendamento con Badoglio[9].

Diverso era il quadro nel settore meridionale, dove Graziani procedeva senza incontrare particolari resistenze: fra il 21 ottobre e il 7 novembre vennero infatti occupate Geledi, Dolo, Warandab e Grabrehor, mentre ogni tentativo di arrestare lo slancio degli invasori si concluse con una sonora sconfitta[10].

LA REAZIONE ETIOPE: L’OFFENSIVA DI NATALE

Così ribattezzata perché consumatasi fra il 14 e il 27 dicembre 1935, l’offensiva di Natale si proponeva di aggirare il nemico sul fianco sinistro liberando il villaggio di Adua, così da dilagare in Eritrea e tagliar fuori le armate superstiti.

Benché consapevole delle manovre ordite dagli abissini, il futuro Viceré d’Etiopia sembrò non aver minimamente colto le loro vere intenzioni: supponendo che il grosso dell’attacco si sarebbe concentrato su Macallè, egli ignorò l’approssimarsi dei circa 80.000 combattenti al comando dei ras Imru, Cassa e Seyeum, solerti nel sfruttare le ore notturne e la copertura boschiva per giungere nel Tembién.

Alla luce di questo gravissimo errore, l’intera zona risultava presidiata dai soli reparti ascari, supportati dalle avanguardie delle divisioni 21 aprile (MVSN)[11] e Gran Sasso.

Una volta intuiti i piani bellicosi, le unità italiane avrebbero cercato di accorciare il fronte ripiegando sul passo di Dembeguinà, invero controllato dalle milizie etiopi che ebbero facilmente ragione delle avanguardie corazzate[12]. Fu in questo scenario allarmante che il generale piemontese, preso atto del pericolo che si stava concretizzando nello Sciré, autorizzò l’impiego dei gas asfissianti e dei lanciafiamme.

Malgrado i successi collezionati dai guerrieri africani sino a quel momento, la superiorità di Roma in quanto a mezzi, soldati ed equipaggiamenti sarebbe rimasta a dir poco schiacciante, al punto che gli accampamenti trincerati non poterono essere espugnati per via della notevole disparità di forze.

Quanto avete letto è solo un estratto delle tematiche analizzate, in maniera assai più strutturata, nel relativo approfondimento “La Guerra d’Etiopia [2 Parte] L’Impero”. Se non avete ancora soddisfatto la vostra sete di curiosità, questo è il momento giusto per godervi l’ottimo video realizzato dal canale YouTube Parabellum.

Buona visione!

Mirko Campochiari, Niccolò Meta

La Minerva

Classificazione: 5 su 5.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Tali stime si riferiscono alle battute finali del conflitto.

[2] Molti di essi erano impegnati sulle navi, nella logistica o nella costruzione di opere nelle retrovie.

[3] Nel caso dell’Etiopia, il motivo di un simile divario va ricercato nel sistema tribale-feudale.

[4] I soldati non giuravano fedeltà alla Patria o all’imperatore, bensì ai ras, e l’assenza di un organismo centrale impediva l’adozione di uniformi standardizzate.

[5] Tale espressione deriva dalla sanguinosa battaglia combattuta sull’omonimo altipiano, nel febbraio del 1936, dominata dal continuo rovesciamento delle alleanze fra gli italiani e alcune tribù etiopi.

[6]  Malgrado ciò, gli etiopi potevano schierarne a malapena 5 o 6 brigate.

[7] Allo scoppio delle ostilità, gli italiani potevano schierarne un massimo di 100.

[8] Graziani.

[9] In ultima istanza, Badoglio condividerà l’approccio cauto mostrato del predecessore, consolidando le posizioni occupate in attesa della reazione etiope.

[10] Analogamente con quanto accaduto sul fronte nord, l’arrivo di dicembre decretò la conclusione (temporanea) dell’avanzata italiana in attesa della primavera.

[11] Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.

[12] Cruciale in tal senso si rivelò il controllo delle alture limitrofe.

  • P. del Valle, Roman Eagles over Ethiopia (Inglese);
  • Cronache illustrate della azione italiana in AO, Tumminelli & C. Editori,1936;
  • E. Ertola, In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’impero;
  • G. Rochat, Il colonialismo italiano;
  • G. Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta;
  • G. Rochat, Militari e politici nella preparazione della campagna d’Etiopia: studio e documenti, 1932-1933;
  • L. E. Longo, La Campagna Italo-Etiopica Vol. I e II, Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito;
  • V. Beltrami, Italia d’oltremare: storie dei territori italiani dalla conquista alla caduta;
  • A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. I: Dall’Unità alla marcia su Roma;
  • A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. II: La conquista dell’Impero;
  • A. Del Boca, Italiani, brava gente?;
  • A. Del Boca, La guerra di Etiopia. L’ultima impresa del colonialismo;
  • A. Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia;
  • S. Belladonna, Gas in Etiopia. I crimini rimossi dell’Italia coloniale;
  • D. Nicolle, R.Ruggeri, The Italian Invasion of Abyssinia 1935-36 (Inglese);
  • B. Strang, Collision of Empires: Italy’s Invasion of Ethiopia and Its International Impact (Inglese);
  • E. Cecchini, Organizzazione, preparazione e supporto logistico della campagna 1935-1936 in Africa Orientale, Memorie Storiche Militari, 1979, USSME.

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