La genesi della Kriegsmarine – Parte II

Memori delle perdite subite nel corso della Grande Guerra, gli Alleati non avevano solamente proibito alla Germania di possedere sommergibili, ma anche di svilupparne di nuovi. Malgrado ciò, gli sconfitti idearono molteplici soluzioni per aggirare i vincoli di Versailles, usufruendo della complicità di quegli attori internazionali decisi a sfruttarne l’expertise.

Piuttosto lampante è l’esempio della Repubblica Argentina, solerte nell’approcciare il governo tedesco per richiedere assistenza nella produzione di 10 unità ispirate ai modelli UBI, UBII e UBIII. A tale scopo, nel 1922 venne creata un’apposita struttura con sede a L’Aia, la IvS (Ingenieruskaantor voor Scheepsbouw), società dietro alla quale si nascondeva un cartello composto dalla AG Vulcan di Stettino, dalla Germaniawerft di Kiel e dalla AG Weser di Brema[1].

Benché le trattative con Buenos Aires si fossero concluse in un nulla di fatto, nel 1927 due esemplari vennero comunque acquistati dalla Turchia. L’anno prima era stata la Finlandia a commissionare un progetto per tre battelli posamine, la classe Vetehinen, seguita nel 1928 dal longevo Saukko. I negoziati con la Spagna condussero invece alla realizzazione dell’E-1, erede diretto di quelle serie UG mai entrata in servizio. Nondimeno, l’avvento della seconda repubblica (luglio 1931) comportò l’immediata cancellazione dell’ordine, tanto che l’imbarcazione dovette essere venduta a Istanbul con il nome di Gür. Fu proprio quest’ultima a rappresentare la base di partenza per i Tipo I, una coppia di U-Boote oceanici entrati in servizio nel 1936[2].

Nel frattempo, la IvS continuava a dedicarsi al riarmo della futura Kriegsmarine[3]: nel 1932 venne sondata  la possibilità di adottare tre disegni complementari, ciascuno ottimizzato per uno specifico teatro operativo, mentre a Kiel-Wik veniva costruita un’apposita base navale.

Parallelamente, in Svezia furono creati dei team per la progettazione dei G7, i siluri più utilizzati dal Terzo Reich durante le ostilità, ma le varianti iniziali come la “E” non offrivano prestazioni adeguate: essendo spinte da motori elettrici, la loro vita operativa era alquanto bassa; il peso eccessivo le faceva affondare prima ancora che si stabilizzassero; infine, l’innesco magnetico era alquanto impreciso e soggetto a detonazioni premature[4]. A tale riguardo, Dönitz (1891-1980) ebbe a dire che nessun esercito era stato mai mandato in guerra con un’arma più scadente.

Nonostante ciò, essa comportava anche dei vantaggi: l’assenza di liquidi instabili diminuiva il rischio di incidenti catastrofici, mentre la scia prodotta al momento del lancio era decisamente più contenuta rispetto a quella degli omologhi propulsi a getto di vapore.

UNO SGUARDO AI MEZZI SOTTOMARINI

Forti delle esperienze appena descritte, i tedeschi svilupparono quello che sarebbe divenuto il cavallo di battaglia della flotta sottomarina, vale a dire il leggendario Tipo VII. Pensato appositamente per la guerra nell’Atlantico, esso fu protagonista di audaci imprese come quella del capitano di corvetta Günther Prien (1908-1941) che, nell’ottobre del 1939, riuscì a infiltrarsi nella rada di Scapa Flow affondando la corazzata Royal Oak. Nel 1940 venne finalmente commissionato il modello VIIC, munito di un maggior numero di torpedini e di un cannoncino antiaereo da 20mm: la Kriegsmarine ne ordinò ben 688 esemplari.

Ancora più grande risultava essere il Tipo IX, inteso per un impiego a lungo raggio e sensibilmente migliorato grazie agli aggiornamenti introdotti fin dal 1938. Aspetto non meno importante, i battelli di questa classe potevano trasportare 252 tonnellate di carico, caratteristica che li rese adatti per lo scambio di tecnologie col Giappone.

Ma la Germania intendeva produrre un mezzo che navigasse prevalentemente sott’acqua, capace di velocità superiori rispetto ai predecessori[5]. Per raggiungere un simile traguardo, tuttavia, occorreva risolvere delle problematiche importanti come la ricarica delle batterie, sfida alla quale i progettisti risposero implementando lo Snorkel: si trattava di un’appendice retrattile che consentiva l’utilizzo dei motori diesel a quota periscopica, limitando in questo modo la necessità di emergere e di esporsi al tiro avversario[6]. La sua adozione fu quindi indispensabile per la nascita dei moderni Tipo XXI, noti anche con il nome di Elektroboote.

Tra le caratteristiche più interessanti spiccava l’abilità nel viaggiare in immersione a 18 nodi (33km/h), indizio di un’eccellente impostazione idrodinamica, assieme al poderoso armamento difensivo e offensivo. Ulteriori modifiche avrebbero dovuto consentire l’installazione di un potente sistema di razzi antinave (progetto Ursel), nonché la sperimentazione di nuove tecniche costruttive in grado di deflettere gli impulsi sonar.

IL BRANCO DI LUPI

Pur avendo dichiarato il blocco totale delle isole britanniche, la Kriegsmarine non era in alcun modo preparata a un simile compito. Non bisogna infatti dimenticare che lo scoppio del conflitto aveva stravolto i piani dell’OKM, costringendo gli ammiragli nazisti a operare in condizioni tutt’altro che favorevoli.

Inequivocabile è il memorandum redatto dallo stesso Dönitz (1 settembre 1939), secondo cui lo strangolamento dell’economia britannica avrebbe richiesto almeno 300 sommergibili invece dei 57 disponibili, di cui neanche la metà in grado di operare nell’Oceano Atlantico. Eppure, i successi ottenuti fino all’aprile del ’41 furono tali da spingere i tedeschi a parlare di “tempi felici” (Die Glück liche Zeit).

Le ragioni dietro queste vittorie sono ancora oggi materia di dibattito, ma è indubbio che l’esiguità delle navi di scorta abbia giocato un ruolo fondamentale, così come la mancanza dei radar, di dottrine operative all’altezza e di un’adeguata copertura aerea. Fu solo con l’avvento dell’ASDIC[7] e la decifrazione di Enigma che la situazione poté essere ribaltata.

Nello specifico, la tattica del “branco di lupi” (Rüdeltaktik) consisteva nel dispiegare gli U-Boote lungo le rotte mercantili più trafficate, demandando ai singoli battelli il compito di segnalare la posizione, la velocità e la direzione dei convogli; una volta avvertito il Comando Supremo, questo avrebbe fatto convergere gli attaccanti in un punto preciso e, all’ora stabilita, i comandanti avrebbero agito in piena indipendenza, massimizzando i danni e riducendo il tempo di esposizione.

Per quanto formidabile, la Rüdeltaktik palesò i propri limiti nel momento in cui progressi alleati facilitarono la localizzazione degli avversari, contribuendo a un sensibile aumento delle perdite: se nel 1942 vennero affondate 90 unità, nel corso del 1943 ne andarono distrutte ben 240, di cui 36 nel solo mese di maggio[8].

In proporzione, l’arma sottomarina versò un tributo più alto rispetto a qualsiasi altra branca della Wehrmacht: solo il 15% dei sommergibili prodotti, infatti, sarebbe sopravvissuto alla guerra.

Quanto avete letto è solo un estratto delle tematiche analizzate, in maniera assai più strutturata, nel relativo approfondimento “Seconda Guerra Mondiale | Genesi della Kriegsmarine [2 Parte]”. Se non avete ancora soddisfatto la vostra sete di curiosità, questo è il momento giusto per godervi l’ottimo video realizzato dal canale YouTube Parabellum.

Buona visione!

Mirko Campochiari, Niccolò Meta

La Minerva


NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Il Comando Supremo fece pressioni anche sulla Blohm und Voss perché fornisse componenti e propulsori navali.

[2] Traendo spunto da un’unità realizzata per i finlandesi, il Vesikko, Berlino realizzò i Tipo IIA, piccoli sommergibili costieri costruiti con parti prefabbricate che, di conseguenza, garantivano una produzione più rapida e meno dispendiosa.

[3] Poiché i tre costruttori della IvS non disponevano delle risorse sufficienti per supportare un simile programma, toccò alla Reichsmarine fornire una grossa fetta dei capitali tramite un sistema di fondi neri messo in piedi dal capitano Walter Lohmann. Ciò l’avrebbe resa il quarto azionista dell’azienda olandese.

[4] Nei primi anni del conflitto, i tassi di fallimento avrebbero toccato punte del 35%. Simili problematiche vennero in parte risolte grazie all’impiego di spolette piezoelettriche, ma è innegabile che molti bersagli non furono affondati per i problemi inerenti alla serie G7.

[5] A differenza di un sommergibile che è capace di navigare sott’acqua per periodi limitati, un sottomarino è progettato per operare prevalentemente in immersione.

[6] Per quanto incredibile possa sembrare, tale soluzione era già disponibile nella primavera del 1940, quando tre unità olandesi della classe O-21 vennero catturate dalla Wehrmacht. A onor del vero, altri tipi di snorkel erano stati testati in Italia nel 1925, quando il capitano del genio navale Pericle Ferretti ne ordinò il montaggio sul sommergibile H3.

[7] L’ASDIC, meglio noto con il nome di sonar, è un localizzatore a ultrasuoni impiegato per la navigazione e per la rilevazione di oggetti.

[8] Come se ciò non fosse bastato, gli inglesi iniziarono ad attaccare i centri produttivi e le basi navali, incrinando il potenziale bellico avversario.

U-Boats: The Illustrated History of the Raiders of the Deep, di David Miller (Inglese);

Finnish-German Submarine Cooperation 1923–35, di Jason Lavery Scandinavian Studies, University of Illinois Press, pp. 393-418 (Inglese);

Kriegsmarine: The Illustrated History of the German Navy in World War II, di Robert Jackson (Inglese);

Die deutsche Kriegsmarine Volumi I,II,III,IV : 1935-1945, di Ulrich Elfrath, Siegfried Breyet, Gerhard Koop (Tedesco/Inglese);

La marina tedesca nella seconda guerra mondiale. “Grande Guida Alla “Kriegsmarine”, 1935 – 1945.”, di Jak P. Mallmann Showell (Italiano / Inglese);

La fine della marina tedesca 1939-1945, di Edward P. von Porten (Italiano);

The U-boat: The evolution and technical history of German Submarines, di Eberhard Rossler (Inglese);

Raeder versus Wegener: Conflict in German Naval Strategy, di Kenneth P. Hansen, Canadian Forces Maritime Command (Inglese);

La Kriegsmarine, 1935-1945, di Enzo Berrafato, (Italiano).

Hitler’s U-Boat War: the Hunters, 1939-1942, di Clay Blair (Inglese);

Hitler’s U-Boat War: the Hunted, 1942-1945, di Clay Blair (Inglese);

The Type XXI U-Boat, di Fritz Kohl e di Eberhard Rossler (Inglese);

U-Boot. Storie di uomini e di sommergibili nella seconda guerra mondiale, di Sergio Valzania (Italiano);

U-Boote 1935-1945 The history of Kriegsmarine U Boats, di Jean Philippe Dallies-Labourdette (Inglese);

Wolves Without Teeth: The German Torpedo Crisis in World War Two,di David Habersham Wright (Inglese);

Lo Schnorchel Italiano, di Gino Galuppini, Ufficio Storico della Marina Militare (Italiano).

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