Afghanistan 1979-89 – Atto III: dalle offensive del Panjshir alla “ferita sanguinante”

Barzelletta ricorrente a Mosca

“Perché ci troviamo ancora in Afghanistan?

Perché stiamo ancora cercando chi ci ha invitato!”

Dupree.L., Afghanistan in 1982: still no solution, «Asian Survey», Vol. 23, No. 2, «A Survey of Asia in 1982: Part II», Feb., 1983, University of California Press, p.133.

Nelle intenzioni della nomenklatura e del Comando Supremo delle Forze Armate (STAVKA), l’intervento in Afghanistan avrebbe dovuto porre le premesse per una sua pacificazione, salvaguardandone il regime da un tracollo che mai come allora era apparso così imminente. Propedeutiche al raggiungimento di un simile obiettivo erano inoltre quelle misure atte a riconquistare il favore dei cittadini: la sospensione della campagna teofoba inaugurata all’indomani della rivoluzione di Saur; l’affrancamento dei prigionieri politici accusati di slealtà verso il governo; l’apertura del Fronte Nazionale[1] a una corrente Khalq in pieno controllo della burocrazia[2].

Sfortunatamente per Kabul, nessuna delle iniziative descritte avrebbe consolidato la posizione del PDPA[3], né tantomeno risolto le problematiche scaturite dal moltiplicarsi delle defezioni. Per ovviare a queste ultime, l’establishment ricorse con frequenza sempre maggiore all’arruolamento coatto, prelevando individui dapprima ritenuti inidonei alla leva o esentati in ragione dell’appartenenza tribale: un escamotage che avrebbe finito, in maniera del tutto prevedibile, per alimentare la piaga degli ammutinamenti.

Tali episodi ebbero gravi ripercussioni sull’efficienza del contingente sovietico, costretto non solo a impiegare una percentuale considerevole di truppe nella difesa del territorio, ma anche a scontare quegli inconvenienti legati alla sovraestensione delle linee di rifornimento. Non fu certo un caso se, nei mesi successivi all’operazione Štorm 333, Mosca inviò altre due divisioni meccanizzate affinché prestassero il loro contributo nelle missioni di controguerriglia (COIN), espediente che permise di stabilizzare il numero degli effettivi tra le 110.000 e le 120.000 unità. Malgrado ciò, lo straordinario volume di fuoco dell’Armata Rossa si sarebbe rivelato controproducente vista l’unicità del teatro bellico, i cui anfratti reconditi e i valichi serpeggianti offrivano ai gruppi di insorti (mujāhidīn) un’eccellente base dalla quale tendere imboscate[4].

Nelle battute iniziali della campagna, l’obiettivo primario dei lashkhar[5] risultò essere la principale arteria logistica del Paese, vale a dire quel Passo del Salang costruito negli anni ’60 con l’apporto finanziario dell’URSS e utilizzato, al momento dell’invasione, come corridoio terrestre. Fu proprio in quest’area che si consumò uno degli avvenimenti più conosciuti del conflitto quando, il 3 novembre 1982, centinaia di soldati rimasero intrappolati nel tunnel per un incidente occorso fra due convogli per gli approvvigionamenti. Viceversa, quanto si verificò in seguito rimane oggetto di speculazioni, in parte dettate dall’esiguità dei documenti consultabili in via diretta: stando infatti alla ricostruzione divulgata dal Cremlino, l’ingorgo stradale avrebbe obbligato i combattenti a sostare nel traforo per un lungo periodo di tempo, lasciandoli in balia di un freddo glaciale al quale avrebbero reagito mantenendo accesi i motori degli automezzi. Una scelta che, col senno di poi, si sarebbe rivelata fatale per la loro incolumità, culminando nella morte di 64 militari russi e di 112 afghani. Diverso era invece il quadro tratteggiato dal New York Times, secondo cui l’esplosione di un’autobotte carica di carburante avrebbe innescato una terribile reazione a catena, uccidendo in pochi istanti almeno 700 sovietici[6][7].

UN CONFLITTO ANOMALO

Nonostante le difficoltà emerse negli scontri ingaggiati coi mujāhidīn, meglio conosciuti fra le truppe d’occupazione con l’epiteto di “Duschman” (nemico), i vertici della 40° Armata fecero tesoro di tali insegnamenti, ideando nuove tattiche da applicare in scenari asimmetrici o geograficamente impegnativi. Puntualizza in proposito Yossef Bodansky:

Per intere generazioni, l’arte militare russa è stata condizionata dalle vaste pianure e dalle enormi distanze dell’Europa orientale. Il dispiegamento dei reparti procedeva in schiere ben organizzate ma poco elastiche, lungo assi stretti e ben definiti. Come un unico corpo protetto davanti e sui fianchi, esse compivano progressi metodici grazie alla maggiore potenza di fuoco. Simili tattiche erano inadatte alle condizioni “speciali” – montuose e desertiche – incontrate in Asia.

Bodansky. Y., The bear on the Chessboard: Soviet Military Gains in Afghanistan, «World Affairs», Vol. 145, No. 3, Winter 1982-1983, Sage Publications Inc, p.281. Traduzione a cura dell’autore.

Fondamentale si dimostrò il precedente offerto dall’invasione della Manciuria (9-20 agosto 1945), dove il generale Kravčenko (1899-1963) aveva sperimentato una formazione d’attacco imperniata su un’avanguardia flessibile che ingaggiasse, in completa autonomia, le forze avversarie. Una volta esaurita l’iniziale spinta offensiva, le divisioni nelle retrovie avrebbero preso parte ai combattimenti, consentendo in questo modo un ricambio continuativo fra gli uomini in prima linea.

Memori dell’esperienza, i sovietici svilupparono le intuizioni dell’alto ufficiale trasformando la Valle del Panjshir, teatro fra il 1980 e il 1985 di ben nove campagne, in un gigantesco laboratorio nel quale testare hardware e strategie sempre più audaci. Fra le molteplici novità introdotte in quegli anni occorre menzionare i cosiddetti “battaglioni rinforzati”, unità estremamente mobili supportate da elicotteri, compagnie di carri armati, cannoni semoventi e, soprattutto, costruite attorno a una catena di comando snella, capace di garantire l’adattabilità necessaria.

Video riassuntivo del coinvolgimento sovietico in Afghanistan. Prodotto da ITN nel 1990, uscito alcuni anni dopo in Italia, distribuito da Armando Curcio Editore. Studio del bianco.

LA GUERRA CHIMICA: VERITÀ O MENZOGNA?

Sebbene non vi siano mai state conferme ad opera di Mosca o degli osservatori ivi presenti, esistono delle indiscrezioni secondo cui l’Armata Rossa avrebbe fatto largo ricorso ad armi non convenzionali. Alcune di esse, nello specifico i gas nervini VX e VR-55, avrebbero mostrato una notevole efficacia perché inodori, incolori e trasportabili su vettori ad ala fissa e rotante. Per la loro dispersione sarebbero stati scelti degli appositi canestri che, deflagrando a mezz’aria prima ancora di aver raggiunto il bersaglio, rilasciavano decine di sub-munizioni in grado di contaminare zone molto ampie. Un’altra modalità per proteggere le colonne meccanizzate sarebbe stata quella di diffondere, nelle aree limitrofe, agenti incapacitanti, implementandoli in base alle necessità con percentuali ridotte di Sarin[8]. Anche l’uso di micotossine sarebbe divenuta una prassi consolidata, dal momento che gli autoctoni preferivano sfuggire alle “piogge gialle” piuttosto che subirne gli effetti.

Per quanto cruenta e deplorevole sotto il profilo etico, la guerra chimica sembrerebbe aver offerto dei vantaggi innegabili, stando al giudizio espresso da Bodansky nell’opera The bear on the Chessboard: Soviet Military Gains in Afghanistan:

La guerra chimica è ampiamente sfruttata per creare dei blocchi letali, così da interdire l’accesso ai fiumiciattoli e alle caverne che rimangono fuori dalla portata delle truppe. Per stenderli vengono adoperati dei mezzi aerei, obbligando le carovane della Resistenza a muoversi in un numero minore di assi definiti che, pertanto, possono essere trasformati in “corridoi della morte”. Si usa una combinazione di mine e di agenti persistenti.

Questi ultimi possono sopravvivere al freddo per diverse settimane, limitando in inverno i movimenti dei  mujāhidīn e risparmiando, in egual misura, la necessità di pattuglie […] i sovietici impiegano delle mine che mutilano, ma non uccidono, perché il trasporto dei feriti necessita di combattenti sani, rallentandoli ed esponendoli al tiro degli elicotteri.

Bodansky. Y., The bear on the Chessboard: Soviet Military Gains in Afghanistan, «World Affairs», Vol. 145, No. 3, Winter 1982-1983, Sage Publications Inc, p.285. Traduzione a cura dell’autore.

NUOVA GUERRA, NUOVE TATTICHE: L’ORA DELL’ELICOTTERO

In misura analoga con quanto accaduto durante il conflitto del Vietnam (1964-1975), l’avventura bellica dimostrò la flessibilità di alcune piattaforme il cui impatto operativo era stato, almeno in principio, sottovalutato. Conviene inoltre precisare che il rinnovato interesse verso le grandi manovre campali aveva spinto lo STAVKA a riprendere, sul finire degli anni ’60, diverse soluzioni già collaudate nel corso della Grande guerra patriottica, nello specifico la ricerca di una cooperazione inter-arma più stretta grazie all’utilizzo di velivoli ad hoc.

Se fra il 1941 e il 1945 tale compito era spettato all’Il-2 Šturmovik, assaltatore il cui poderoso armamento e la pesante blindatura gli erano valsi il nomignolo di “carro armato volante”, in Afghanistan la sua eredità sarebbe stata raccolta dall’altrettanto temibile Su-25 “Frogfoot”. Nondimeno, gran parte delle missioni per il supporto ravvicinato vennero condotte dagli elicotteri Mi-24 “Hind”, apparecchi eccezionalmente validi perché veloci, robusti e dotati della potenza di fuoco necessaria, mentre per il rapido dispiegamento dei battaglioni aviotrasportati furono scelti i multiruolo Mi-8 e Mi-17 “Hip”.

Fino all’arrivo di equipaggiamenti più sofisticati come i missili spalleggiabili Blowpipe e i micidiali Stinger, la componente aerea godette di un’impunità quasi assoluta, potendo svolgere in relativa sicurezza le operazioni Search and destroy (S&D). All’atto pratico, nessuno di questi compiti era però immune ai rischi connessi agli incidenti di volo o al logoramento delle cellule, mentre la supremazia di cui godevano gli attaccanti non avrebbe impedito agli insorti di proseguire le azioni di disturbo. Ci svela Bodansky, con sorprendente dovizia di particolari:

Nel frattempo, i sovietici hanno affrontato serie sfide per sopperire alle insidie del volo fra le montagne e in condizioni atmosferiche proibitive […] gli elicotteri sovietici difettano di alcuni strumenti basilari per il volo ognitempo. I piloti hanno sempre ricevuto un addestramento relativamente scarso in condizioni avverse e nel volo notturno

[…] i sovietici non hanno ancora risolto tali problematiche, e sono stati quasi costretti a sospendere le operazioni di notte e con meteo inclemente […] Finora circa l’80/85 % delle perdite sono state causate da incidenti, ma un altro serio fattore sono i problemi meccanici dovuti alla cattiva manutenzione e ai guasti. Eppure, anche così il numero degli elicotteri persi […] è molto ridotto. Ciò significa, semmai, che i sovietici ne hanno compreso il potenziale operativo.

Bodansky. Y., The bear on the Chessboard: Soviet Military Gains in Afghanistan, «World Affairs», Vol. 145, No. 3, Winter 1982-1983, Sage Publications Inc, p.288. Traduzione a cura dell’autore.

1980-1985: NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE AFGHANO

Con sommo disappunto dei generali della 40° Armata, le continue innovazioni sul piano tattico non sarebbero bastate a sbloccare la situazione strategica, né tantomeno a interrompere le attività dei guerriglieri islamici. Testimonianza eloquente di un simile stallo fu il fallimento di tutte e sette le offensive sferrate nel 1982, nell’ordine quella contro la provincia di Farah (aprile), la Valle di Ghorband (maggio), il Panjshir (aprile-maggio, settembre), la cittadina di Paghman (giugno e ottobre) e la vallata di Laghman (novembre). Per ognuna di esse, è possibile tracciare un unico copione il cui svolgimento si articolava in tre atti: la rapida avanzata degli assalitori attraverso le pianure, frutto di un’indiscutibile superiorità numerica e tecnologica; il ripiegamento temporaneo dei “Dushman” sulle montagne, finalizzato a sottrarsi alle manovre d’accerchiamento; il ritiro dei sovietici, imputabile ai problemi logistici o all’incapacità nel localizzare i santuari della Resistenza.

L’esiguità delle perdite sofferte dai mujāhidīn nonostante la ferocia degli attacchi, leitmotiv ricorrente in ciascuna di queste battaglie non risolutive, fu invece il risultato di un’attenta opera di infiltrazione nella catena di comando russo-afghana, cruciale nel consentir loro di conoscere in anteprima le mosse degli avversari. Emblematico in tal senso è il quadro delineato da Louis Dupree nel saggio Afghanistan in 1982: still no solution:

L’offensiva del Panjshir (Panjshir V, n.d.a) fu la più grande operazione militare condotta dalle truppe sovietiche fin dai tempi della seconda guerra mondiale, ma i mujāhidīn della zona sapevano in anticipo quando l’assalto sarebbe cominciato, il numero delle truppe coinvolte (12.000 sovietici, 4.000 afghani) e l’ammontare degli elicotteri Mi-24 a disposizione (150 sugli oltre 450 presenti in Afghanistan). La rete di intelligence dei “freedom fighters” arrivava sino alle alte sfere afghano-sovietiche. Inoltre, le loro sei o sette stazioni radio rendevano le comunicazioni fra i gruppi più semplici.

Dupree.L., Afghanistan in 1982: still no solution, «Asian Survey», Vol. 23, No. 2, «A Survey of Asia in 1982: Part II», Feb., 1983, University of California Press, p.137. Traduzione a cura dell’autore.

Non è quindi una sorpresa constatare come, alla luce dei continui insuccessi e delle difficoltà legate alla vita militare (il fenomeno del “nonnismo” rappresenta, ancora oggi, una piaga estesa nelle forze armate di Mosca), il morale di una truppa composta quasi esclusivamente da coscritti ne avesse risentito. Molti avrebbero trovato conforto dagli orrori della guerra e dalla routine alienante nel charas, una sostanza psicotropa dotata degli stessi effetti dell’hashish, arrivando persino a barattare le proprie armi d’ordinanza in cambio di qualche scorta.

LA CATASTROFE UMANITARIA

Uno degli aspetti maggiormente discussi dell’intera vicenda bellica è quello relativo alla condotta degli occupanti. Se è vero infatti che gli uomini dell’Armata Rossa si sono resi protagonisti di gravi crimini, conducendo attacchi indiscriminati e utilizzando la polizia segreta per estorcere informazioni, è altrettanto innegabile che alcuni episodi siano stati oggetto di una strumentalizzazione da parte dei mass media, tendenza che ha complicato l’opera di ricostruzione storiografica. Basti pensare al caso dei “pappagalli verdi”, espressione circolante negli ambienti NATO per indicare un certo tipo di bomba a grappolo, la PFM-1.

Sagomate in maniera tale da rallentarne la caduta attraverso un profilo che funge da stabilizzatore, le mine catturarono l’opinione pubblica mondiale in seguito a un articolo comparso sulle pagine del New York Times, nel dicembre del 1985[9]. Secondo le testimonianze raccolte tra i volontari della Croce Rossa, l’URSS avrebbe impiegato simili ordigni con il preciso intento di menomare gli autoctoni e, in particolar modo, quei bambini che si lasciavano trarre in inganno dai colori sgargianti e dalla forma apparentemente innocua. È utile sottolineare che i due aspetti più insidiosi dei “pappagalli verdi” sono l’innesco a pressione cumulativa[10], necessario a impedirne lo scoppio al momento del rilascio, e l’assenza di qualunque dispositivo di autodistruzione, capace di renderli un pericolo mortale anche a distanza di anni.

A fronte di una realtà incontrovertibile rappresentata dal ferimento e dall’uccisione di migliaia di innocenti, non esiste alcun indizio in grado di suffragare le pesanti accuse mosse dal quotidiano statunitense. Il fatto che gli esplosivi potessero essere scambiati per dei comuni giocattoli, unito all’elevata percentuale di vittime mietute fra la gioventù afghana, dimostra tuttavia l’enorme portata di un conflitto nel quale la distinzione tra combattenti e civili aveva assunto contorni labili. Ciò risulta chiaro anche a una lettura superficiale dei dati relativi a una delle maggiori crisi umanitarie del XX secolo, prodotto delle violenze perpetrate dal regime e delle politiche di “genocidio migratorio” poste in essere dai sovietici. Quest’ultime consistevano nella distruzione di qualsiasi villaggio situato entro un giorno di marcia dalle principali autostrade – espediente con cui gli aggressori intendevano privare i mujāhidīn delle loro basi d’appoggio – nonché nella confisca dei raccolti agricoli e dei capi di bestiame[11].

Se alla vigilia delle ostilità la popolazione complessiva ammontava a circa 15,5 milioni di abitanti, nel giro di appena tre anni si sarebbe ridotta di ¼ a causa dell’emigrazione forzata e del tributo di vite imposto dal conflitto. Stando ai rapporti pubblicati nel 1997 dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), i profughi che ricevettero asilo in Iran e in Pakistan sarebbero stati addirittura 6.2 milioni[12], cifra che conferì all’Afghanistan il primato poco invidiabile di Paese con il più alto numero di esuli al mondo.

Niccolò Meta

La Minerva

Classificazione: 5 su 5.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Il Fronte Nazionale della Madrepatria è stato un’organizzazione ombrello del PDPA, fondata agli inizi del 1980 per consolidare le basi del regime.

[2] Ad esse andava sommato l’invio di centinaia di giovani in Unione Sovietica per completarne l’indottrinamento, nonché la creazione di una milizia popolare che svolgesse compiti di sorveglianza.

[3] Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan.

[4] I reparti meccanizzati sovietici erano spesso costretti ad avanzare in fila indiana, espediente che consentiva agli insorti di massimizzare la distruttività dei propri assalti.

[5]Il termine lashkar viene utilizzato per indicare il corpo dei guerrieri scelto dalla loya jirga, assemblea dei capitribù chiamata a deliberare su questioni della massima urgenza.

[6] Gli “anonimi diplomatici” menzionati nell’articolo riportarono cifre comprese tra le 400 e le 2.000 unità, invero sottoposte a un continuo ridimensionamento grazie alle stime redatte in seguito.

[7] The Associated Press, «Afghan Blast Toll is Put in Hundreds», New York Times, November 10, 1982, p. 1, https://www.nytimes.com/1982/11/10/world/afghan-blast-toll-is-put-in-hundreds.html.

[8] Il sarin è un aggressivo chimico non persistente (la sua efficacia è infatti stimata, in base ai contesti di applicazione, fra un minimo di quindici minuti a un massimo di tre ore).

[9] The Associated Press, «Soviet toys of death», New York Times, December 10, 1985, p. 30, https://www.nytimes.com/1985/12/10/opinion/soviet-toys-of-death.html

[10] L’aggettivo “cumulativo” sta a indicare che la mina può essere fatta brillare da una singola pressione di 5 kg, o da molte sollecitazioni fino al raggiungimento di quella soglia. Di conseguenza, è estremamente pericoloso maneggiarla o tentarne il disinnesco.

[11] Dupree. L., Afghanistan in 1983: And Still no Solution, «Asian Survey» Vol. 24, No. 2, «A Survey of Asia in 1983: Part II» (Feb., 1984), University of California Press.

[12] Questi dati si riferiscono al lustro 1985-1990.

4 pensieri riguardo “Afghanistan 1979-89 – Atto III: dalle offensive del Panjshir alla “ferita sanguinante”

  1. This is a great article with many photos and videos. – Excellent. Thanks for sharing.

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  2. Optime! Ben redatto, con ottime foto e video che non avevo mai visto. La domanda che mi faccio ogni volta che sento parlare dell’Afghanistan è: possibile che in oltre 900 anni di storia nessuno si sia imparato che quell’ammasso di deserto, monti, rocce e rada boscaglia che si chiama Afghanistan è inconquistabile! Non ci sono riusciti i Mongoli la cui Orda d’Oro fluì accanto ignorandolo, gli Inglesi che nel periodo del massimo fulgore e conquiste hanno ricavato sconfitte sanguinose e ignominiose ritirate. Da quel lembo di Asia sono usciti sconfitti tutti, specialmente gli USA e i suoi Alleati (fra cui noi) e l’URSS. Almeno i Sovietici ne hanno tratto esperienze belliche tattiche e di armamenti che sono servite a modificare i piani strategici e tatti della STAVKA, utilizzate in Cecenia ed altre zone circonvicine. No, no! i Talebani, gli Afgani sono gente da lasciar stare lasciandogli controllare come vogliono il loro lembo di terra magari isolandoli come fossero in perenne quarantena perchè, non scordiamocelo mai!, quando l’Afghanistan è uscito dai suoi confini ha conquistato nientepopodimeno che tutto il sub-continente indiano e solo una paziente strategia di conquista, le capacità di Arthur Wellesley, I duca di Wellington e la forza della “John Company” prima e dell’Impero Inglese poi sono riusciti a sconfiggerli. Si chiamavano Moghul……

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