Il Medio Oriente è democracy-unfriendly?

Negli anni ’90 alcuni autoritarismi arabi come l’Egitto, l’Algeria, la Tunisia e la Siria avevano intrapreso un processo di liberalizzazione e di apertura politica, promuovendo alcune riforme liberali[1]. La sensazione era che una rivoluzione li avrebbe presto trasformati in governi democratici. La realtà vide invece l’emergere di nuove forme di autoritarismo in cui si apprestavano a coesistere elementi tipicamente democratici, come le elezioni e la partecipazione politica, con altri autoritari, quali la cooptazione dei membri dell’opposizione e relazioni di tipo clientelare. Il fallimento di queste transizioni nel Medio Oriente, pertanto, ha spinto gli studiosi a mutare la loro domanda di ricerca e a concentrarsi sulla spiegazione relativa alla persistenza dell’autoritarismo in quest’area geografica, abbandonando lo studio di quegli elementi che avevano fino ad allora posto le premesse per una transizione democratica mai realmente avvenuta.

L’aspetto interessante è la capacità dell’autoritarismo di resistere al cambiamento politico. Sebbene la liberalizzazione e il pluralismo siano due elementi alla base di un governo democratico, nel contesto medio-orientale i governi autoritari sono stati in grado di sfruttare questi elementi a proprio favore. La prospettiva di una maggiore apertura politica e di una maggiore inclusività si è vanificata nella cooptazione, da parte dei governi autoritari, dei membri dell’opposizione e nell’instaurazione di un sistema clientelare. Questi elementi non rappresentano una mera strategia di sopravvivenza, ma sono un vero e proprio meccanismo consolidato[2]. L’apertura politica è solo una strategia di mantenimento del potere, e non ha nulla a che vedere con le fasi iniziali di una transizione democratica.

Secondo un report del 2019 di Freedom House[3] su 195 Stati sotto osservazione, nell’area medio-orientale solo due Paesi (Tunisia e Israele) sono valutati “liberi”, mentre quattro (Kuwait, Marocco, Giordania e Libano) lo sono parzialmente.

Freedom House, Report 2019 (Fonte: freedomhouse.org)

Il Medio Oriente è, dunque, democracy-unfriendly? Per rispondere a questa domanda occorre analizzare lo scenario culturale, politico, economico e internazionale.

Secondo la scuola di pensiero dell’Orientalismo, la responsabilità di una mancata democratizzazione nella regione è da attribuire all’Islam. La democrazia è, infatti, definita “aliena” alla mentalità islamica[4]. Tuttavia, questa spiegazione è stata confutata dagli esempi dell’Indonesia e della Tunisia. L’Islam moderato non sembra infatti ostacolare una transizione democratica: dal 1968, i movimenti islamici hanno preso parte a un terzo di tutte le elezioni parlamentari nelle società musulmane[5].

Più che sull’Islam sarebbe più corretto spostare il focus sulla cultura delle società medio-orientali: l’Islam di per sé non è né anti-occidentale, né conservatore, ma può diventare uno strumento pericoloso se radicalizzato. Nel contesto del Medio Oriente, spesso la volontà popolare si è dimostrata di gran lunga più conservatrice degli stessi leader al potere. Emblematico è il caso del Kuwait, in cui i partiti islamici si sono opposti ai progetti del governo di concedere il diritto di voto alle donne, boicottando ogni proposta di cambiamento che avrebbe sovvertito l’ordine tradizionale. Il rispetto della tradizione, la difesa dalle minacce esterne e un sistema di Welfare efficiente sono solo alcuni degli elementi che, culturalmente, rendono talvolta le comunità di quest’area geografica restie al cambiamento. Anche l’esistenza delle asabiyya,[6] piccole comunità primordiali unite da legami tribali, di sangue o di parentela minaccia fortemente la costruzione di una società civile libera e di partiti politici indipendenti, facilitando il consolidamento del legame con i regimi autoritari.

Se da un lato la cultura sostiene la persistenza dell’autoritarismo, dall’altro la storia coloniale di quest’area spiega, almeno in parte, il ritardo nella transizione democratica dei Paesi arabi. La dominazione coloniale ha impedito il plasmarsi di un’identità nazionale che, secondo i teorici della democrazia, è uno degli elementi fondamentali in un processo di transizione. Il Medio Oriente ha sempre sofferto l’assenza di un’identità nazionale a causa di confini imposti durante il periodo coloniale[7]. Pertanto, la priorità una volta ottenuta l’indipendenza è stata la sua costruzione piuttosto che il democratizzarsi. Alcuni Paesi stanno ancora vivendo situazioni di conflitto e crisi. Il ripristino della pace e della libertà è un presupposto fondamentale, prima di avviare un ripensamento politico in ottica democratica.

Infine, forse il principale elemento alla base della persistenza dell’autoritarismo è legato, almeno nell’area del Golfo, alla ricchezza petrolifera. Le monarchie in quest’area sono definite rentieristiche[8]:il meccanismo vizioso che governa questa regione è quello della forte dipendenza dei cittadini dallo Stato e della completa assenza di accountability di quest’ultimo. La mancanza di tassazione e la fornitura di servizi di Welfare, infatti, lo rende in nessuna misura responsabile verso i cittadini. Un altro effetto perverso del rentierismo è che l’eccessiva ricchezza proveniente dalle risorse naturali è reinvestita anche, e soprattutto, nel rafforzamento di uno “stato di polizia” repressivo e violento.

In uno scenario in cui il legame con la tradizione, una situazione socio-politica turbolenta e la ricchezza petrolifera la fanno da padrone, immaginare una transizione democratica nel breve periodo è una prospettiva assai remota. Ogni cambiamento a livello istituzionale nell’area sembra vincolato al ripristino della pace in molti contesti attualmente caratterizzati da una situazione di conflitto. A questo riguardo, il ruolo della comunità internazionale sembra essere fondamentale. In termini puramente democratici, invece, la prospettiva più ottimistica per un reale cambiamento di regime passa attraverso una negoziazione tra società civile e Stato.

Alessia Caizzone

La Minerva

Classificazione: 5 su 5.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] T.M. Yousef, Development, Growth and Policy Reform in the Middle East and North Africa since 1950, Journal of Economic Perspectives, V. 18, N.3, 2004, pp. 91-116, p. 110

[2] D. Brumberg, The trap of liberalized autocracy (Democratisation in the Arab world?), in «Journal of Democracy», vol. 13, n° 4, 2002, pp. 56-68

[3] Freedom House, Freedom in the World 2019, http://www.freedomhouse.org

[4] R. Hinnebusch, Authoritarian persistence, democratization theory and the Middle East: An Overview and Critique, Democratization, 13, 3, 2006, pp. 373-395

[5] C. Kurzman and I. Naqvi, Islamic Political Parties and Parliamentary Elections, University of North Carolina, United States Institute for Peace, Working Paper Grant SG-055-06S, 2009, p. 2

[6] B. Sumer, Ibn Khaldun’s Asabiyya for Social Cohesion, Electronic Journal of Social Science, Vol. 11, Issue 41, pp. 253-267, 2012 http://www.esosder.org/

[7] G.H. Blake, International Boundaries and Territorial Satbility in the Middle East: an Assessment, GeoJournal, Vol. 28, No. 3, 1992, pp. 365-373

[8] Ibidem, p. 379

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