Storia dell’Afghanistan (1989-2019): il Grande Medio Oriente- Atto II

L’AVANZATA DEI TALEBANI (1996-2001)

Se la conquista delle regioni meridionali si era conclusa con relativa celerità grazie all’appoggio offerto dalla componente etnica pashtuniana, l’espugnazione delle roccaforti hazare e tagike si rivelò, al contrario, un’impresa più ardua rispetto ai pronostici elaborati alla vigilia delle ostilità. La testimonianza eloquente del caos che regnava nel Paese arrivò nel maggio del 1997 quando Abdul Malik Pahlawan, signore della guerra e alleato di Dostum, si macchiò di un duplice tradimento trasferendo il controllo della città di Mazar-i Sharif alle forze dell’Emirato, salvo poi ordinarne il massacro. All’origine di un simile colpo di coda figuravano una moltitudine di concause quali il desiderio di vendicare la morte del fratello Rasul, assassinato nel giugno del ’96 dietro ordine espresso del leader del Junbish-i-Milli[1] e, soprattutto, il timore che i Talebani potessero venir meno alla parola data cercando di estendere la loro autorità sull’intero Afghanistan settentrionale.

Nel frattempo, Massoūd aveva pianificato una nuova controffensiva infiltrando decine di agitatori nella Vallata di Shomali, una fertile pianura situata a nord della capitale. Una volta consolidata la propria presenza nella regione, le truppe ribelli diedero inizio a una lunga serie di agguati e di azioni di disturbo atte a dissanguare gli eserciti avversari, tattica già sperimentata con successo durante il conflitto con l’Unione Sovietica. Tale espediente contribuì a risollevare, anche se solo per un breve periodo, le effimere speranze di vittoria del Fronte Islamico Unito, invero protagonista di una crociata il cui esito sembrava deciso in partenza. Appena un anno dopo, nell’agosto del 1998, i fondamentalisti di Kabul avrebbero infatti neutralizzato buona parte dei focolai rimasti nelle province centro-settentrionali, preludio di una lunga serie di rappresaglie che costarono la vita a 8.000 civili e a una decina di agenti diplomatici iraniani.

Fondamentale nel garantire la sopravvivenza economica di un Paese dilaniato da un conflitto ventennale fu il commercio degli stupefacenti, in particolar modo di quegli oppiacei che ancora oggi costituiscono la principale fonte di entrate di diverse organizzazioni terroristiche. Stando al rapporto pubblicato nel 2018 dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e della prevenzione del crimine (UNODC):

L’area dedicata alla coltivazione dei papaveri da oppio è rimasta a un livello molto elevato (il secondo da quando sono incominciati i monitoraggi), nonostante la diminuzione dei prezzi e un’apparente saturazione del mercato dell’oppio. I papaveri da oppio sono divenuti una componente cruciale dell’economia afghana, assicurando il sostentamento di molte persone che lavorano negli appezzamenti o che prendono parte al traffico illecito degli stupefacenti. […] Nel 2017, ad esempio, il diserbo e la raccolta di papaveri da oppio ha fornito l’equivalente di 354.000 lavori a tempo pieno nelle zone rurali.

United Nations Office on Drugs and Crime, Afghan Opium Survey 2018, Cultivation and Productions, 2018, p. 9.

La sua commercializzazione risaliva nondimeno al decennio precedente quando i mujāhidīn, alla perenne ricerca dei proventi necessari ad ammortizzare i costi del conflitto, imposero la coltivazione di tali piante, speculando al tempo stesso sulla vendita delle derrate alimentari provenienti dal Pakistan. Per quanto inverosimile possa sembrare, l’avvento dei Talebani ebbe ripercussioni trascurabili su questo business estremamente lucroso. Sebbene fosse stato oggetto di una roboante campagna moralizzatrice per via dell’incompatibilità coi dettami sul consumo dei khamr (termine utilizzato dagli ulama[2] per riferirsi a quelle sostanze passibili di alterare lo stato psico-fisico del credente), la necessità di mantenere un costante afflusso di denaro avrebbe spinto l’establishment a non privarsi di un commercio così redditizio. Inoltre, stando alle dichiarazioni rilasciate da Abdul Rashid Baluch, Direttore dei servizi antidroga dell’Emirato islamico, l’interpretazione della Shari’a contemplava particolari deroghe qualora la produzione degli stupefacenti fosse stata destinata al solo mercato estero.

OSĀMA BIN LĀDEN, AL-QAEDA E L’11 SETTEMBRE

Nonostante i successi raccolti nella lotta contro l’Alleanza del Nord e nel consolidamento del proprio potere, le sorti del regime di Omar poterono ritenersi segnate già a partire dal maggio del 1996, quando Osāma bin Lāden (1957-2011) trovò rifugio nello Stato centro-asiatico trasformandolo nella propria base operativa. Rampollo di una famiglia facoltosa che vantava legami diretti con la dinastia saudita, nel 1979 l’allora ventiduenne Bin Laden si era trasferito in Pakistan per offrire il proprio contributo nella lotta ai kāfir[3] comunisti. Cruciale in tal senso si rivelò l’appoggio finanziario offerto dall’impresa edile del padre, la Saudi Binladin Group, preludio di una fruttuosa collaborazione col Pakistan nell’ambito dell’Operazione Cyclone[4]. In seguito avrebbe fondato, con l’ausilio del collaboratore Abdullah Azzam (1941-1989), un’apposita organizzazione conosciuta attraverso l’acronimo di MAK (Maktab al-Khidamat). Le inconciliabili vedute strategiche ebbero tuttavia un ruolo fondamentale nel convincere il futuro “Sceicco del terrore, favorevole a un approccio più aggressivo sul piano militante, ad abbandonare l’associazione assieme ad alcuni fedelissimi che avrebbero costituito il nucleo di Al-Qaeda (1988).

Nel 1992, le feroci invettive contro la monarchia di Riad gli valsero l’esilio dal proprio Paese, obbligandolo dapprima a cercare rifugio in Sudan e, quando gli USA iniziarono a pressare il governo di Khartoum per accelerarne l’espulsione, in Afghanistan. A partire dal 1996 i contatti con la fronda dei Talebani, animata dallo stesso fanatismo religioso e dal desiderio di portare la guerra santa nel cuore dell’Occidente, avrebbero fatto registrare un deciso salto di qualità: non a caso in una fatwā[5] pubblicata il 23 agosto successivo sulle pagine di al-Quds al-ʿArab, una gazzetta di ispirazione panaraba con sede a Londra, Bin Laden sollecitava gli altri Paesi musulmani a unirsi nella crociata contro gli Stati Uniti d’America, manifestazione della decadenza morale imperante ai nostri giorni. Con il contributo decisivo del governo di Islamabad, i cui rapporti con Washington avevano accusato un sensibile peggioramento dopo la breve parentesi del conflitto afghano-sovietico, furono create diverse strutture paramilitari atte a preparare i futuri terroristi all’estremo sacrificio. Tra le unità più conosciute occorre menzionare la Brigata 055, composta dai veterani formatisi nel periodo delle guerre civili e integrata nell’esercito regolare con il ruolo di “Legione straniera”.

Nei cinque anni che precedettero gli attacchi dell’11 settembre 2001, Al-Qaeda avrebbe lasciato dietro di sé una lunga scia di morte e di devastazione come testimoniato dagli attacchi alle ambasciate statunitensi di Dar es Salaam e di Nairobi (7 agosto 1998), nonché dal danneggiamento del cacciatorpediniere missilistico USS Cole (12 ottobre 2000). Immediate furono le proteste avanzate dalla Casa Bianca, solerte nel richiedere l’estradizione di Bin Laden e dei suoi collaboratori affinché rispondessero dei propri crimini davanti a un tribunale americano, destinate tuttavia a cadere nel vuoto.

Non meno sanguinosa fu la persecuzione degli oppositori interni del regime fondamentalista: nella giornata del 9 settembre 2001 Ahmad Massoūd, eroe del Panjshir e comandante in capo delle forze anti-governative, sarebbe infatti caduto vittima di una missione suicida condotta da alcuni kamikaze che si erano fatti passare per dei giornalisti. Appena due giorni dopo, quattro aeroplani di linea appartenenti alla American e alla United Airlines furono dirottati da un commando di diciannove terroristi che intendevano colpire il Pentagono, Washington e il distretto finanziario di New York, il World Trade Center. Gli eventi consumatisi in quella giornata funesta appartengono a una delle pagine più conosciute della storia contemporanea, un atto così feroce da concludersi con la morte di 2.977 innocenti e il ferimento di altri 6.000. Un episodio, questo, in grado di alimentare una vigorosa campagna islamofoba i cui effetti sono ancora percepibili a distanza di anni.

All’origine di un gesto così efferato troviamo non soltanto il desiderio di vendicare le sofferenze patite dalle popolazioni musulmane, ma anche di punire le scelte strategiche maturate dagli USA nello scacchiere mediorientale. Avrebbe dichiarato Bin Laden, in un messaggio trasmesso dall’emittente Al Jazeera all’indomani degli attacchi:

«Ecco l’America, colpita da Dio Onnipotente in uno dei suoi organi vitali tanto da distruggere i suoi più grandi edifici. Sia Grazia e gratitudine a Dio. […] La nostra nazione islamica ha assaggiato tutto questo per più di 80 anni di umiliazioni e disgrazie. I suoi figli uccisi, il loro sangue versato, e le loro santità profanate. Un milione di bambini innocenti stanno morendo mentre parliamo, uccisi in Iraq senza nessuna colpa. Non ascoltiamo denunce né editti dai regnanti ereditari.

In questi giorni, i carri armati di Israele imperversano per la Palestina, a Ramallah, Rafah e Beit Jala, e in molte altre parti della terra dell’Islam, e non sentiamo nessuno levare la sua voce o reagire. Ma quando dopo 80 anni la spada si è abbattuta sull’America, l’ipocrisia ha rialzato la testa compiangendo quegli assassini che hanno giocato con il sangue, l’onore e la santità dei musulmani. […] Io sostengo che il problema è molto chiaro.

Ogni musulmano dopo questi fatti dovrebbe combattere per la propria religione, dopo che i dirigenti degli Stati Uniti d’America – a cominciare dal capo mondiale degli infedeli Bush e dal suo stato maggiore – hanno continuato a fare sfoggio di vanità con i loro uomini e la loro cavalleria; dopo che hanno rivoltato persino i Paesi che credono nell’Islam contro di noi».

“Il testo della dichiarazione di Bin Laden”, la Repubblica, 7 ottobre 2001.

IL RITORNO DEI NEOCONE LA DOTTRINA BUSH

In risposta a un’aggressione motivata dall’odio implacabile verso quello che l’ayatollah Khomeini aveva definito il “Grande Satana“, le forze angloamericane diedero il via a una massiccia campagna di bombardamenti aerei per interdire gli obiettivi strategici dislocati sul territorio afghano. Quest’ultima era stata preceduta da un ultimatum di cinque punti ove si chiedevano, nell’ordine, l’estradizione di tutti i leader di Al-Qaeda; il rilascio dei cittadini statunitensi detenuti nelle carceri talebane; la chiusura immediata dei campi d’addestramento; l’accesso alle suddette strutture; la consegna dei terroristi alle autorità competenti (20 settembre). Nel lungo periodo compreso tra il 7 ottobre 2001 e il 28 dicembre 2014, la coalizione guidata dagli USA avrebbe raggiunto solo alcuni degli obiettivi previsti dall’operazione Enduring Freedom, ossia l’abbattimento del regime oscurantista di Mohammed Omar e l’assassinio di Osāma bin Lāden dopo una caccia durata quasi un ventennio. Meno fortunati furono invece i progetti intesi a trasformare l’Afghanistan in una solida democrazia liberale e, parimenti, consolidare la presenza statunitense in uno scacchiere di vitale importanza per gli equilibri geopolitici mondiali.

Tale punto rappresentava il cavallo di battaglia di una nutrita cerchia di intellettuali conosciuti attraverso l’epiteto di neocon, una corrente di pensiero sviluppatasi negli USA a partire dalla seconda metà degli anni ’60. L’escalation del conflitto in Vietnam, l’esplosione del movimento giovanile e l’insorgere della cosiddetta “controcultura”, avevano infatti spinto diverse personalità legate agli ambienti liberal-conservatori a propugnare, in risposta al pacifismo perseguito dai Democratici, una condotta sciovinista necessaria a proteggere gli interessi nazionali in ogni angolo del Globo. Per quanto inverosimile possa sembrare, alcuni dei suoi maggiori esponenti si erano formati nei circoli della sinistra liberale, socialista e trotskista, auspicando una reinterpretazione in chiave capitalistica dei principi alla base della “Rivoluzione permanente”[6]

Fu l’ascesa di Ronald Reagan (1911-2004) a offrire alla schiera neoconservatrice, decisa a sostenere con qualsiasi mezzo la crociata antisovietica intrapresa dall’ex governatore della California, la ghiotta opportunità di realizzare il proprio programma politico. Alquanto significativo risultò essere il contributo offerto dalla politologa Jeane Kirkpatrick (1926-2006), ambasciatrice alle Nazioni Unite dal 1981 al 1985 e autrice, nel novembre del ’79, di un saggio intitolato “Dictatorships and Double Standards“: muovendo dalla consueta distinzione fra regimi autoritari e totalitari, l’allora docente presso l’Università di Georgetown si era dichiarata favorevole a una liberalizzazione dei primi perché suscettibili di evolversi in senso democratico, purché la loro esistenza non fosse minacciata dalle manovre destabilizzanti dei comunisti. È in quest’ottica che occorre dunque interpretare le accuse rivolte all’amministrazione Carter, colpevole di aver lasciato Paesi come l’Iran e il Nicaragua al proprio destino, nonché di essere ricorsa al proverbiale “doppio standard” a seconda dei contesti e delle esigenze del momento:

Qui sta succedendo un qualcosa di molto strano. Come può un’amministrazione, desiderosa che le persone realizzino i propri destini, invischiarsi in determinati tentativi di riforma in Sudafrica, Zaire, Nicaragua, El Salvador e altrove? Come può un’amministrazione, votata al non interventismo in Cambogia e in Vietnam, annunciare che “non sarà dissuasa dal raddrizzare i torti in Sudafrica”?

Cosa dovremmo farcene di un’amministrazione che vede gli interessi americani alla stregua di una modernizzazione economica e di un’indipendenza politica, salvo mettere irresponsabilmente in pericolo l’autodeterminazione di Taiwan, un Paese i cui successi nella modernizzazione economica e nella distribuzione egualitaria della ricchezza non hanno paragoni in Asia? Il contrasto è tanto forte quanto quello tra la frenetica rapidità dell’amministrazione nel riconoscere la nuova dittatura in Nicaragua e il suo ostinato rifiuto nel riconoscere il governo legittimo in Zimbabwe/Rhodesia, o la sua opposizione nel mantenervi qualsivoglia presenza mentre rimpinguava lo U.S. Information Office a Cuba.

Non vi è solo un’ideologia e due misure, qui, ma la prima non si adatta e nemmeno spiega la realtà, mentre le seconde coinvolgono un’amministrazione che contraddice totalmente i propri principi.

Kirkpatrick, J. J., “Dictatorships and Double Standards”, World Affairs, Vol. 170, No. 2, Jean. J. Kirkpatrick Reprint Issue (Fall 2007), p. 69, Sage Publications, Inc.

Con la conclusione della Guerra Fredda e il ritorno dei Democratici alla guida del Paese, l’influenza dei neocon nell’attività di policy making accusò un drastico ridimensionamento. Oltre a biasimare la connivenza mostrata dall’amministrazione Clinton nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, già allora ritenuta una minaccia per gli interessi nazionali nell’area del Pacifico e in Estremo Oriente, gli appartenenti a tale indirizzo non lesinarono critiche sulla scelta di George H. W. Bush (1924-2018) di mantenere Saddam Hussein (1937-2006) al timone dell’Iraq. Perché il potere esecutivo tornasse ad avvalersi della loro collaborazione bisognò attendere l’arrivo del nuovo millennio, quando la recrudescenza del fondamentalismo islamico, la vittoria di George W. Bush (1946-vivente) alle elezioni del 2000 e lo shock causato dall’11 settembre favorirono, ancora una volta, una drammatica deriva in chiave neo-sciovinista. Tra le figure più autorevoli emerse in quegli anni occorre menzionare William “Bill” Kristol, analista politico e cofondatore di un think tank[7]mirato a “promuovere la leadership americana su scala globale”, il Project for the New American Century (PNAC). Sostenitore entusiasta di quei principi posti alla base della cosiddetta “dottrina Bush” come il ricorso alla guerra preventiva, il mantenimento della superiorità militare, un nuovo multilateralismo e l’estensione della democrazia in ogni angolo del Globo, Kristol giustificò l’intervento della NATO in Afghanistan nel corso di un’intervista rilasciata, il 14 gennaio 2003, alla Public Broadcasting Service (PBS):

«Era necessario. Insomma, sono d’accordo. Ma avrebbe potuto semplicemente dire: “Queste persone hanno ucciso 3.000 americani. Meritano una punizione e la riceveranno. Il Paese che li ha accolti, l’Afghanistan, e qualsiasi altro Paese che li ha aiutati meritano di essere puniti, o saranno costretti a mutare la loro condotta”. Non era obbligato a inquadrarlo in una prospettiva così globale, come ha in realtà fatto. È merito suo se, in un certo senso, l’11 settembre lo ha spinto a rivalutare la questione.

Ma il primo passo verso questo ripensamento era veramente quello di dichiarare guerra al terrorismo. La seconda fase è arrivata soltanto tra novembre e dicembre. Ritengo che il 7 novembre sia stata la prima menzione significativa, da parte del Presidente, della minaccia rappresentata dalle armi di distruzione di massa. Durante una videoconferenza, in Polonia, mi pare […], tenne un discorso dove parlò del pericolo costituito dai dittatori che realizzavano armi di distruzione di massa, e il possibile legame con i gruppi terroristici. […] Il Presidente ha indicato due obiettivi di analoga importanza — combattere la guerra al terrorismo e quella contro i dittatori che sviluppano armi di distruzione di massa — che egli ha collegato, naturalmente, a causa del possibile passaggio tra i primi e i secondi. Ma in realtà si tratta di due sforzi distinti, benché correlati. Così all’improvviso l’Iraq, l’Iran, la Corea del Nord e l'”asse del male” sono divenuti, nel discorso sullo Stato dell’Unione, importanti quanto Al Qaeda.

Io l’ho supportato, gli ho dato ragione. Inviammo una lettera, credo un paio di settimane prima del discorso, esortando il Presidente a fare questa mossa. Ma si è trattato di una cosa piuttosto coraggiosa, per lui: è stato a malapena quattro mesi dopo l’11 settembre. È stata una mossa piuttosto rapida – da uno sforzo ristretto a uno più ampio».

Kristol W., Interview Billy Kristol, PBS, 14 gennaio 2003

E ancora, questa volta nell’editoriale “The Gathering Storm“pubblicato il 29 ottobre 2001 sulla rivista The Weekly Standard:

Eccovi una previsione. Quando tutto sarà finito, il conflitto in Afghanistan rappresenterà per la guerra al terrorismo ciò che la campagna del Nordafrica ha significato per la seconda guerra mondiale: un inizio essenziale sulla via della vittoria. Ma rispetto a ciò che incombe all’orizzonte — un vasto conflitto che infuocherà in località dall’Asia centrale al Medio Oriente e, purtroppo, di nuovo negli Stati Uniti — l’Afghanistan si rivelerà solo una battaglia di apertura. […] Questa guerra non finirà in Afghanistan. Si diffonderà e trascinerà diversi Paesi in conflitti di varia intensità. Potrebbe addirittura richiedere il dispiegamento delle forze armate statunitensi in più luoghi contemporaneamente. Ricorderà quello scontro di civiltà che tutti quanti abbiamo sperato di evitare. […]

Con o senza una nuova guerra arabo-israeliana, è possibile che la scomparsa di alcuni regimi arabi “moderati” possa essere dietro l’angolo. I governi dittatoriali in Arabia Saudita e in Egitto sono stati a lungo sostenuti dall’aiuto e dal supporto americano, e per lungo tempo hanno incanalato il dissenso verso i loro confronti promuovendo o tollerando ogni sorta di radicalismo anti-occidentale — arrivando ad appoggiare i Talebani, come i sauditi. […] Il grande conflitto che ci attende dovrà essere combattuto con o senza l’approvazione di ogni singolo membro delle Nazioni Unite, o di ogni tribù e clandi qualsiasi nazione etnicamente divisa dell’Asia Centrale e del Medio Oriente. E a casa, dovremo interessarci seriamente della sicurezza nazionale e, sfortunatamente, della salute pubblica, in modi che il governo ha appena cominciato a fare.

Kagan, R., Kristol, W., “The Gathering Storm”, The Weekly Standard, Washington D.C., October 29, 2001, pp. 13-14.

IL FALSO MITO DELL’ESPORTAZIONE DELLA DEMOCRAZIA: L’INIZIATIVA PER IL “GRANDE MEDIO ORIENTE”

La necessità di estirpare la minaccia rappresentata dal terrorismo di matrice islamica, unita a quella di proteggere gli interessi nazionali in uno scacchiere di indubbio valore strategico, avrebbe spinto l’amministrazione Bush a predisporre i piani per una nuova entità geopolitica chiamata “Greater Middle East“. Contrariamente alla sfumatura che siamo soliti conferirle, tale espressione stava a indicare una zona compresa fra il Marocco e il Pakistan che avrebbe dovuto includere gli –stan States, il Caucaso e il Corno d’Africa, realtà politiche dove la dominazione araba aveva prodotto una relativa omogeneità culturale. Tra i principali obiettivi perseguiti da questa forward strategy of freedom, figlia di un approccio dinamico imperniato su diverse linee guida quali il conferimento di maggiori libertà socio-economiche, l’inclusione dei cittadini nei processi nazionali e il consolidamento della presenza militare statunitense, figuravano la salvaguardia del mondo musulmano dai richiami del jihad globale e, soprattutto, la pacificazione di un’area attraversata da continui focolai d’instabilità.

Il successo di un programma così ambizioso vista la proverbiale reticenza dei regimi arabi nel modificare le proprie strutture istituzionali, specie dopo il clamore suscitato dallo scoppio della Seconda guerra del Golfo nel marzo del 2003, avrebbe nondimeno richiesto il sostegno degli alleati europei coinvolti nella “guerra al terrorismo”. Fu esattamente quest’ultimo punto a costituire, assieme alle difficoltà incontrate dalle truppe della Coalizione durante la campagne afghana e irachena, la principale causa del fallimento dell’intera iniziativa: oltre a non avere alcuna intenzione di rinunciare ai propri disegni riformatori come l’EuroMed, un programma intergovernativo varato nel novembre del 1995 per promuovere l’integrazione nel bacino del Mediterraneo, i leader della vecchia Europa avevano infatti palesato un certo scetticismo circa un possibile attecchimento della democrazia in una Regione poco aperta ai mutamenti socio-culturali. Non meno rilevante fu la priorità conferita alla soluzione negoziale delle crisi interetniche rispetto ai disegni di democratizzazione accelerata, unica garanzia per il superamento dell’anarchia imperante nello scacchiere mediorientale sin dal 1948. Da qui l’enfasi posta sui temi della partnership fra gli Stati del G8 e quelli dell’area in questione, necessaria a presentare il disegno sotto una luce non impositiva, dell’impegno a lungo termine nel guidare tale processo riformatore senza escluderne i partecipanti e, infine, dell’adozione di un approccio bilaterale in luogo di uno trans-regionale.

Per rettificare le lacune insite nel progetto originario assicurandone in tal modo il decollo definitivo, il presidente Bush presentò la propria controproposta nel corso del Vertice di Sea Island (8-10 giugno 2004) dove vennero indicate almeno cinque soluzioni compromissorie: la nascita di un forum di discussione aperto ai funzionari governativi e agli stessi cittadini; l’istituzione di un “gruppo per l’assistenza alla democrazia” attraverso cui implementare gli sforzi sostenuti dalle ONG; quella di una “fondazione democratica” che elargisse sovvenzioni agli attivisti per la causa liberale; la convocazione di un gruppo di esperti chiamati a combattere la piaga dell’analfabetismo; il varo di un piano macro-finanziario per sostenerne i progetti imprenditoriali. Nessuna di queste misure si sarebbe però tradotta sul piano concreto visti i motivi poc’anzi accennati, determinando in ultima istanza l’accantonamento della dottrina Bush in favore di una strategia meno controversa sotto il profilo etico.

Niccolò Meta

La Minerva

Classificazione: 5 su 5.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Movimento Islamico Nazionale dell’Afghanistan, ndr. Per eventuali delucidazioni, si rimanda il lettore all’articolo Storia dell’Afghanistan (1989-2019): dal ritiro sovietico all’ascesa dei Talebani – Atto I.

[2] Nel mondo musulmano, gli ulama sono quei teologi e giureconsulti depositari della Shari’a, la legge sacra.

[3] L’espressione kāfir viene solitamente impiegata per descrivere una persona che non crede in Allah, in genere tradotta con i termini “miscredente” e “infedele”.

[4] L’Operazione Cyclone fu un programma di aiuti economico-militari indirizzato ai mujāhidīn durante il conflitto con l’URSS. Condotta tra il 1979 e il 1989 grazie agli sforzi profusi dalla CIA, essa rimane, al giorno d’oggi, una delle iniziative più lunghe e costose mai foraggiate dal Congresso degli Stati Uniti d’America. Di seguito, potrete trovare un articolo sull’argomento. https://laminervastoria.com/2020/06/16/afghanistan-1979-89-operazione-cyclone/

[5] Con l’espressione fatwā si è soliti indicare un responso giuridico su questioni riguardanti il diritto islamico o pratiche di culto.

[6] Generalmente associata alla figura di Lev Trotsky, l’idea della “Rivoluzione Permanente” ruotava attorno alla convinzione secondo la quale la riscossa del proletariato si esaurisse con la liquidazione della società divisa in classi. Di conseguenza, il compito di quest’ultimo sarebbe stato quello di esportare le conquiste dell’Ottobre in ogni angolo del Globo, trasformando l’Unione Sovietica in una sorta di “piattaforma rivoluzionaria”.

[7] Con l’espressione think tank si è soliti indicare un gruppo di esperti in materie diverse che collaborano per risolvere problemi complessi negli ambiti economico, politico e militare.

Un pensiero riguardo “Storia dell’Afghanistan (1989-2019): il Grande Medio Oriente- Atto II

Rispondi a Niccolò Meta Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close