La battaglia delle siepi in Normandia

Quelle maledette siepi![1]

 “Through the travail of the ages, Midst the pomp and toil of war, Have I fought and strove and perished countless times upon this star”.

“Attraverso il travaglio delle epoche, in mezzo alla pompa e alla fatica della guerra ho combattuto, lottato e sono morto innumerevoli volte su questa stella”.

George S. Patton (1885-1945)

Per diverse settimane dopo il 6 giugno 1944, la Normandia fu teatro di furiosi combattimenti tra le forze alleate e tedesche: la tenace opposizione di quest’ultime, gli errori di pianificazione e la minor conoscenza del teatro operativo condussero, infatti, a una lunga serie di scontri con gli altrettanti centri di resistenza della Wehrmacht.

Ottimo documentario relativo alla battaglia di Normandia, tratto dal canale YouTube studio del bianco.

Un altro fattore sul quale bisogna insistere è che le forze naziste ebbero a disposizione quasi quattro anni per conoscere a menadito il terreno sul quale avrebbero combattuto, aiutate dalla sopraffina esperienza dei loro comandanti come il Generalfeldmarschall Erwin Rommel, il parigrado Günther von Kluge e l’SS-Oberstgruppenführer Paul Hausser. Furono proprio costoro, grazie allo sfruttamento della morfologia locale, a utilizzare le truppe schierate nella maniera più efficace possibile, ritardando di oltre due mesi la conquista dell’intera regione. Del resto potevano contare su numerosi veterani forgiatisi nelle imponenti battaglie del fronte orientale, al punto che gli anglo-americani dovettero ricorrere a tutta la loro inventiva[2] per colmare un simile gap permettendo, dopo mille traversie, l’occupazione di Caen[3].

In seguito allo sbarco sulle spiagge, nel nord della Francia ebbe inizio quella che gli storici chiamano comunemente la “guerra dei bocage, formula ispirata alla particolare natura del territorio ove le truppe d’invasione dovettero consolidare le proprie posizioni. Un capitolo del quale si parla ben poco e che molti ignorano, nonostante sia durato fino alla chiusura della famigerata “Sacca di Falaise” (21 agosto 1944).

Da secoli le stradine che conducevano nell’entroterra erano costeggiate da folte siepi i cui muri, costruiti e rinforzati dai locali, impedivano a chiunque le percorresse di avere una chiara visuale d’insieme. Né si potevano far proseguire le truppe per i campi, dal momento che le stesse piante (oggi alte al massimo 3-4 metri, ma allora estese oltre i 6 metri) avevano confini marcati con passaggi inadatti alla movimentazione dei carri. Ed ecco che le fanterie si trovarono in serie difficoltà tattiche e psicologiche, problematiche a cui nessuno dei generali aveva minimamente pensato.

Benché i soldati disponessero di carte topografiche a bassa scala, queste si rivelarono del tutto insufficienti per il contesto bellico, mentre i pochi fortunati che avevano messo mano sulle mappe della Michelin non vi trovarono riportati i suddetti ostacoli, con conseguenze prevedibili sulla preparazione complessiva.

Si pensi a una pattuglia della 101ª Airborne intenta ad avanzare, con i parà del plotone che procedono in fila indiana. Un silenzio agghiacciante, rotto solamente dal canto degli uccelli, dal fruscio delle fronde al vento e dal rumore dei passi. La cartina riferisce loro che nei dintorni vi sono dei campi e, in lontananza, un edificio, ma non hanno modo di vederli, né tantomeno di sapere se dietro al prossimo cespuglio, siepe o muretto non vi sia un reparto dell’Heer[4] che li prenda d’infilata. Non possono neppure inviare degli esploratori ai lati, perché gli arbusti sono troppo fitti. E poi come comunicare? Non è come oggi dove ciascun milite è in contatto con l’unità in tempo reale. Rari infatti erano walkie-talkie, e le singole radio li collegavano unicamente alla rete del battaglione.

Camminare a rilento nel timore di essere crivellati genera una tensione spasmodica, uno stress crescente in grado di acuire la fatica incrinando le capacità reattive. Inoltre, solo una percentuale dei soldati era veterana delle campagne nordafricana e italiana, teatri la cui conformazione geografica aveva posto ben altre sfide. In sintesi, la struttura e la conformazione delle zone rurali erano assai sfavorevoli agli attaccanti, come si evince dal seguente passaggio tratto dall’opera Breakout and Pursuit. United States Army in World War II: The European Theatre of Operations:

Il terreno che doveva servire da campo di battaglia in luglio era di natura diversificata. Sulla sinistra degli Alleati c’era la pianura di Caen-Falaise, un terreno dolcemente ondulato di campi coltivati e pascoli, un terreno asciutto e fitto adatto a operazioni corazzate su larga scala e alla costruzione di piste d’atterraggio. Di fronte al centro alleato tra i fiumi Orne e Vire c’erano le frange settentrionali di una massa tentacolare di terreno smosso a piccole colline, basse creste e strette valli, che aumentava gradualmente in altezza verso sud. Ad ovest del fiume Vire, nella zona di Carentan, c’era una depressione paludosa attraversata da torrenti lenti e canali di drenaggio .

[…] Con l’eccezione della pianura di Caen-Falaise, il campo di battaglia aveva un carattere compartimentalizzato che era destinato a imporre restrizioni agli Alleati. Limitava la manovra e, allo stesso tempo, favoriva decisamente la difesa teutonica.

M.Blumeson, “Breakout and Pursuit. United States Army in World War II: The European Theatre of Operations

Pertanto, i soldati nelle posizioni difensive quali terrapieni, bunker mimetizzati e postazioni per i carri non tardarono a escogitare una serie di espedienti: da un lato allagarono buona parte del terreno a sud e a sud-ovest della Baie des Veys, dall’altro evitarono giudiziosamente di toccare la vegetazione. Solo gli arbusti nei pressi dei punti di appoggio vennero tagliati[5], ma gli anglo-americani non se ne resero subito conto. E una volta realizzato il pericolo, era ormai troppo tardi.

Per fronteggiare una simile minaccia non era neppure fattibile ricorrere al supporto aereo ravvicinato, in primis perché non vi erano abbastanza velivoli in rapporto alle unità dislocate, e in secondo luogo per la nutrita presenza degli 88mm Flak 18, ottimi sia nel tiro controcarro che in quello contraereo. Anche i calibri minori germanici erano noti per l’estrema precisione.

L’insieme di tali fattori contribuì dunque a trasformare la Normandia in un vero e proprio inferno: con vedute così limitate, l’appoggio diretto alla fanteria diventava un’impresa titanica, al punto che nemmeno le armi con una portata superiore offrivano vantaggi concreti: non bisogna infatti dimenticare che, all’epoca, era indispensabile la presenza di un osservatore per dirigere il fuoco dei mortai e delle granate, mentre la struttura delle siepi precludeva qualsiasi possibilità di entrata e di uscita da ogni campo[6].

La maggior responsabilità degli Alleati fu la sottovalutazione degli ostacoli naturali, tanto che Bernard Montgomery, ritenendo l’avanzata più agevole del previsto per via delle minori difficoltà incontrate sulle spiagge[7], aveva dato ai giornalisti di guerra appuntamento a Caen per la sera del 6 giugno. Al contrario, la città francese sarebbe stata liberata il 6 agosto 1944, ossia 60 giorni dopo le tempistiche indicate dall’alto ufficiale.

Il suddetto retroscena contribuisce a sollevare non pochi dubbi sul mito di Montgomery, la cui figura alimenta ancora oggi un vivace dibattito a livello storiografico. Sì, a El Alamein ebbe ragione della formidabile “Volpe del deserto”, al secolo Erwin Rommel, ma è altrettanto vero che aveva raccolto in eredità il frutto del lavoro di Auchinleck. Questi era un ottimo organizzatore, benché deficitario nella scelta dei sottoposti e dei comandanti sul campo di battaglia, caratteristiche che non tardarono a riflettersi nell’impostazione dell’8ª Armata[8].

Nonostante godesse dell’appoggio incondizionato del Capo di Stato Maggiore Imperiale, Alan Brooke, e del primo ministro Winston Churchill, quando dovette pianificare in autonomia causò tremende umiliazioni agli Alleati. Prova ne furono i combattimenti per arrivare a Caen, da lui mai previsti e, soprattutto, la sconfitta di Arnhem: due episodi che ritardarono la fine della guerra di almeno 6 mesi.

La soluzione al problema dei “bocage” fu escogitata agli inizi di luglio, e cioè dopo settimane di sanguinose imboscate, combattimenti contro fantasmi e perdite dolorose, grazie alla straordinaria inventiva che i soldati sanno palesare quando messi sotto pressione: i “Rhino Tanks”.

Inizialmente ribattezzati “Rhinoceros“, i “Rhino Tanks” erano dei carri armati muniti di apposite “zanne”, vale a dire dei dispositivi per il taglio delle siepi. Per quanto incredibile possa sembrare, infatti, il paesaggio normanno risultava proibitivo anche per i cingolati convenzionali. Di conseguenza, nell’estremo tentativo di ripristinare la mobilità sui campi di battaglia, si ricorse a molteplici espedienti per permettere loro di accedere agli spazi aperti, appoggiando in tal modo i progressi della fanteria e fornendole il supporto ideale per contrastare la Wehrmacht.

Dapprima le appendici vennero fabbricate in Normandia dalle officine delle varie unità del genio, spesso riciclando gli ostacoli impiegati dai tedeschi lungo il Vallo Atlantico[9], per poi essere prodotte nel Regno Unito e implementate sui mezzi prima di essere spediti oltremanica.

Forti della loro lame, i bulldozer riuscivano ad aprire ampi varchi nella fitta boscaglia, anche se in molti casi era comunque richiesto l’intervento dei genieri perché la facessero brillare. Ciò li esponeva alla reazione furiosa dell’artiglieria teutonica, solerte nel prendere di mira i grossi blindati la cui corazzatura superiore non era garanzia di invulnerabilità. Per questo motivo, l’intero mese di giugno sarebbe trascorso sperimentando i sistemi più idonei a ridurre il tempo di esposizione come, ad esempio, il tagliasiepi sviluppato dalla 79ª Divisione di fanteria o, nel caso XIX Corps, una serie di prongs che erano stati inizialmente ideati per il posizionamento degli esplosivi. Anche i reparti del V Corps approntarono i propri dispositivi, invero soprannominati “decespugliatori” e “greendozers

L’abilità e l’inventiva delle truppe consentì quindi agli Alleati di uscire da un’impasse da cui sarebbero potuti rimanere imbrigliati molto a lungo. Senza l’uso delle “zanne”, i ritardi provocati dal forzamento del bocage avrebbe verosimilmente permesso ai nazisti di far affluire ulteriori forze corazzate.

Fattore essenziale che si ricava da questi episodi bellici è che, senza una capillare conoscenza dei luoghi di combattimento, un esercito brancola nel buio e, per quanto sofisticata sia oggi la ricognizione anche a mezzo dei droni, AWACS e C2 Platforms (Command & Control), non è mai facile procedere senza l’uso del modesto e caro vecchio esploratore a piedi.

Il caro vecchio fantaccino!

Breve video in lingua francese sulla battaglia delle siepi, tratto dal canale Nat Geo France

Aldo Ciappa

La Minerva

Classificazione: 5 su 5.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI


[1] Piuttosto eloquente è lo scenario descritto nell’opera Breakout and Pursuit. United States Army in World War II: The European Theatre of Operations, ove si può leggere quanto segue:


La siepe è la caratteristica più persistente del Cotentin. Non impressionati dalle fini distinzioni del terreno, i soldati americani chiamavano l’intera area “il paese delle siepi” o, spesso più semplicemente: “this goddamn fucking hedgerow” (questa maledettissima, fottuta siepe).  

[2] Naturalmente poterono anche beneficiare dell’efficienza bellica statunitense.

[3] Invero ridotta a un cumulo di macerie fumanti, a testimonianza della ferocia dei combattimenti ivi consumatisi.

[4] Esercito.

[5] Il motivo va ricercato nell’osservazione e nella capacità di apertura del fuoco.

[6] Le siepi rimanevano, comunque, una protezione non trascurabile contro le armi leggere della fanteria, sia per l’attaccante sia per il difensore.

[7] I settori inglesi per lo sbarco in Normandia (Gold, Juno e Sword) videro una minor resistenza rispetto alle controparti americane.

[8] Nominato Comandante in Capo dell’esercito indiano nel 1943, Auchinleck diede il meglio di sé non solo organizzandone e preparandone la struttura militare, ma anche quella dell’intero Paese, riuscendo a fornire un appoggio di truppe, mezzi e approvvigionamenti destinati al Comando Asia Sud-Orientale e, più specificatamente, alla 14ª Armata che combatteva in Birmania i giapponesi. A tale riguardo William Slim, suo comandante, si trovò poi a scrivere:

«Fu un bel giorno per noi quando lui [Auchinleck] prese il comando dell’India, la nostra base principale, area di reclutamento e terreno di allenamento. La 14ª Armata, dalla sua nascita alla sua vittoria finale, dovette tanto al suo supporto che mai venne a mancare. Senza di lui e senza quello che ha fatto per l’esercito indiano nulla sarebbe esistito, e nemmeno avrebbe potuto essere conquistato»

[9] Questi “denti” erano fissati al carro con travi in acciaio.

  • Sir Alan Francis Brooke, I visconte Alanbrooke, Alanbrooke War Diaries;
  • W. Slim, Defeat into Victory;
  • https://www.dday-overlord.com/en/battle-of-normandy;
  • C. Ryan, Il giorno più lungo;
  • B.H. Liddell Hart, Storia militare della 2^GM:
  • B.H. Liddell Hart, Storia di una sconfitta. La seconda guerra mondiale raccontata dai generali del Terzo Reich;
  • S. Badsey, Normandy 1944: Allied landings and breakout (Campaign);
  • P. Carell, Sie Kommen! Arrivano!;
  • M. Blumeson (2005) [1951], Breakout and Pursuit. United States Army in World War II: The European Theatre of Operations. Washington DC: Center of Military History, United States Army (scaricabile in PDF dal sito);
  • M. Reynolds, Steel Inferno: 1st SS Panzer Corps in Normandy;
  • S. J. Zaloga, Operation Cobra 1944, breakout from Normandy;
  • J. Keegan, La Seconda guerra mondiale: Una storia militare;

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