30 agosto 1958, Stati Uniti

Nasce a New York, da una famiglia di diplomatici ucraini operanti alle Nazioni Unite, la celebre giornalista Anna Politkovskaja (1958-2006). La sua fama resta indissolubilmente legata all’impegno sul fronte dei diritti umani, testimoniato dagli agghiaccianti reportage sul conflitto nella martoriata Cecenia, (1999-2009) nonché dalla ferrea opposizione al presidente Vladimir Putin (1952-vivente).

Laureatasi nel 1980 con un elaborato sulla poetessa Marina Cvetaeva (1892-1941), personalità di spicco all’interno di quella frangia anti-bolscevica nota come “emigrazione bianca”, la Politkovskaja inaugurò la propria carriera scrivendo per il prestigioso quotidiano “Izvestija“, dal quale si sarebbe allontanata solamente nel 1993. Fra il 1994 e il 1999 ricoprì invece il ruolo di cronista presso la “Obščaja Gazeta“, una testata indipendente fondata da un intimo collaboratore dell’ex segretario Michail Gorbačëv (1931-2022): Yegor Yakovlev (1930-2005). Risalgono a questo periodo i primi viaggi nella Repubblica di Ichkeria, propedeutici ad intervistarne l’iconico leader Aslan Alievič Maskhadov (1951-2005).

Con il passaggio al periodico “Novaja Gazeta“, l’intrepida corrispondente avrebbe iniziato a conferire un taglio sempre più critico ai propri articoli, scagliandosi contro l’operato dell’esercito russo nel Caucaso: grazie alle numerose testimonianze raccolte sul campo, ella poté infatti documentare le atrocità perpetrate ai danni delle popolazioni autoctone quali rapimenti, torture, esecuzioni sommarie e stupri, facendole così balzare agli onori della cronaca. Altrettanto significativa per la prosecuzione delle violenze si era dimostrata la connivenza di alcune figure sostenute da Mosca, nello specifico il Gran Mufti[1] Akhmad Kadyrov (1951-2004) e suo figlio Ramzan (1976-vivente). Una simile tattica, chiaramente finalizzata ad incrinare l’unità del fronte ribelle infiacchendone il morale, è stata successivamente riassunta nella formula di “cecenizzazione”.

Complici i resoconti pubblicati in una collana di opere quali “Cecenia, il disonore russo” (2001), “Un piccolo angolo d’inferno” (2002), “La Russia di Putin” (2005), “Diario russo 2003-2005” (2007) e “Proibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin” (2007)[2], la Politkovskaja non avrebbe tardato a trasformarsi nel bersaglio di minacce provenienti dalle istituzioni e da Sergei Lapin, un ex ufficiale di polizia accusato di efferati crimini di guerra. Timorosa per la propria incolumità, ella fu temporaneamente obbligata ad abbandonare il Paese per cercare rifugio in Austria, continuando tuttavia a denunciare gli abusi commessi dall’amministrazione presidenziale (2001).

Un altro episodio chiave che l’avrebbe vista coinvolta si consumò nel settembre del 2002, quando un commando di 40 miliziani ceceni assaltò il Teatro Dubrovka facendo 850 prigionieri. In quelle ore disperate, Anna avrebbe preso parte alle difficili trattative per la liberazione degli ostaggi, invero conclusesi con l’intervento delle forze speciali dopo uno stallo durato quasi quattro giorni. Secondo le stime del governo, a perdere la vita furono 39 terroristi e 129 cittadini; un’autentica mattanza, senz’altro favorita dalla scelta di disperdere un misterioso agente chimico, il fentanyl, attraverso l’impianto di aerazione.

Due anni più tardi, in occasione di un nuovo attacco avente come obiettivo la scuola di Beslan (1-3 settembre 2004), la giornalista avrebbe invece accusato un forte malore mentre si stava recando sul luogo del sequestro: sembra infatti che, poco prima del decollo, il personale dell’Aeroflot le avesse offerto una tazza di tè, dinamica che avvalorerebbe l’ipotesi di un tentato avvelenamento.

Divenuta un’icona per il suo attivismo umanitario e, al tempo stesso, un personaggio inviso alle alte sfere del Cremlino, la Politkovskaja è stata rinvenuta senza vita nell’ascensore del palazzo in cui abitava (7 ottobre 2006). Stando alle ricostruzioni degli inquirenti, ad attenderla avrebbe trovato un sicario che l’avrebbe raggiunta con quattro colpi di pistola, l’ultimo dei quali indirizzato alla nuca. Per il suo brutale assassinio, avvenuto in concomitanza con il cinquantaquattresimo compleanno del presidente Putin, sono stati riconosciuti colpevoli sei uomini: Sergei Khadzhikurbanov, ex ufficiale anticrimine della Polizia Municipale; Dmitry Pavlyuchenkov, reo di aver pianificato l’attività di pedinamento; Lom-Ali Gaitukayev, organizzatore dell’omicidio; Rustam Makhmudov, suo esecutore materiale; Ibragim e Jabrail Makhmudov, fratelli di quest’ultimo. A distanza di quasi sedici anni, però, l’identità dei mandanti rimane ancora avvolta nel mistero.

Documentario tratto dal programma televisivo La Storia siamo noi,

Niccolò Meta

La Minerva

Classificazione: 5 su 5.

NOTE

[1] Il titolo di Gran Mufti indica, in un Paese musulmano, il più alto ufficiale della legge religiosa islamica sunnita o ibadita.

[2] Queste ultime due opere sono state pubblicate postume.

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