Il petrolio italiano in Libia: un’occasione mancata?

Nel presente lavoro ci occuperemo del petrolio italiano o, per meglio dire, del mancato sfruttamento del greggio libico durante la seconda guerra mondiale, essendo questa una vicenda che riemerge periodicamente quando si parla di opportunità sfumate.

A differenza di quanto sostenuto da Gaetano Salvemini, la colonia nordafricana non era quello “scatolone di sabbia” conquistato al termine della guerra italo-turca (1911-12), bensì un’area ricca di idrocarburi come ebbe a dimostrare il famoso geologo, esploratore e geografo Ardito Desio.

Classe 1897, egli si era arruolato come volontario ciclista allo scoppio della prima guerra mondiale, cadendo prigioniero dagli austro-ungarici nell’autunno del 1917. Una volta terminata l’esperienza bellica, avrebbe proseguito il ciclo di studi conseguendo una laurea in Scienze Naturali presso l’università di Firenze: fu proprio nel capoluogo toscano che ebbe modo di conoscere Italo Balbo, futuro Ministro dell’Aeronautica e Governatore della Libia. Da lì in poi si sarebbe cimentato in innumerevoli imprese fra cui la leggendaria scalata del K2 (31 luglio 1954), momento culminante di una vita trascorsa all’insegna dell’avventura.

Per quanto la carriera di quest’uomo risulti oltremodo interessante, ai fini dell’articolo ci dedicheremo esclusivamente alla spedizioni volte alla ricerca dell’oro nero, premessa indispensabile per rispondere a un quesito ricorrente nella storiografia contemporanea: se il Regno d’Italia avesse sfruttato i vasti giacimenti in suo possesso, l’Asse avrebbe potuto compensare la cronica esiguità di carburante?

LA STORIA DELLE ESPLORAZIONI ITALIANE: DALLA GUERRA ITALO-TURCA AL SECONDO CONFLITTO MONDIALE

Cominciamo col fare chiarezza sfatando due vecchi miti: non solo gli italiani erano consci della presenza di grandi ricchezze nel sottosuolo libico, consapevolezza testimoniata dai rapporti delle missioni geologiche al seguito delle truppe avanzanti[1], ma intendevano trarne pieno vantaggio malgrado l’assenza di impianti estrattivi all’avanguardia.

Già nel corso del conflitto con la Sublime Porta, gli uomini del genio responsabili di scavare i pozzi artesiani avevano infatti riscontrato, nelle aree del Fezzan e della Sirte, piccoli affioramenti di greggio ed emanazioni metanose. Nel 1914, una scoperta analoga venne fatta nella zona di Sidi Messri, anche se l’avvio delle ostilità in Europa e le complicazioni derivanti dal controllo dell’entroterra[2] finirono, in ultima istanza, per frustrare ogni prospettiva di indagine.

La necessità di avere una propria politica energetica sarebbe tuttavia emersa nella seconda metà degli anni 20: nell’aprile del ‘26 venne creata l’Azienda Generale Italiana Petroli (AGIP), propedeutica all’avvio delle esplorazioni nella Pianura Padana, mentre nel mese di settembre spettò al summenzionato Desio condurre la prima missione in Africa[3]; fra il 1928 e il 1933 vennero rilevate emissioni gassose a Zliten, a Sidi Messri e nell’oasi di Tagiura, preludio di una nuova campagna attraverso i deserti dell’Erg e del Serir.

Conviene comunque puntualizzare che l’obiettivo primario di questi rilevamenti restava l’identificazione delle fonti idriche, visto che il regime era intenzionato a trasformare l’Africa settentrionale in quella che sarebbe poi divenuta la “Quarta Sponda”. Un progetto oltremodo ambizioso, viste le particolari caratteristiche del territorio, il cui fallimento avrebbe obbligato il fascismo a reindirizzare i flussi del colonialismo agrario verso l’Etiopia.

Va detto inoltre che Roma non limitò le proprie ricerche al solo territorio nazionale: diverse testimonianze riferiscono di una partecipazione nel Regno di Romania, finalizzata tra l’altro al conseguimento dell’expertise necessaria, nonché di un contributo alle estrazioni inglesi in Iraq, forse facente parte degli accordi di provvigione stipulati all’indomani della Grande Guerra.

Grazie alle conoscenze acquisite sul campo, l’Italia cominciò a interessarsi alla fattibilità di sfruttare le riserve in suo possesso. Nel 1936, come viene ricordato dalla fondazione che ne porta il nome, Desio rinvenne dei giacimenti di magnesio e di sali potassici utili alla produzione di esplosivi, ma nulla poté eguagliare la scoperta dell’anno successivo durante un sopralluogo al pozzo di Mellaha:

Mi accorsi, nel fango estratto, non solo della presenza di metano, ma anche di gocce nerastre di petrolio grezzo. Viale, il mio assistito, organizzò subito nella sua miracolosa officina un separatore di fortuna che permise di estrarre i primi litri dal sottosuolo.

Era il famoso Bottiglione che fu trasferito in patria nella massima segretezza, necessaria a non destare false illusioni nell’opinione pubblica, premessa dalla nomina di un’apposita commissione per coordinare gli sforzi in Tripolitania. Venne così abbozzato un programma triennale con la compartecipazione dell’AGIP, destinato però a una drammatica interruzione visto l’approssimarsi del conflitto. In ogni caso, la notevole profondità dei pozzi avrebbe necessitato di strumenti ben più avanzati di quelli effettivamente disponibili, tanto da convincere l’energico esploratore a rivolgersi all’ex collega universitario Balbo.

Forte delle connessioni stabilite oltreoceano[4], il gerarca fascista poteva infatti ottenere particolari sonde in grado di aggirare l’ostacolo, perforando ben oltre i limiti consentiti dalla tecnologia nostrana. Ma è proprio qui che la vicenda inizia ad assumere contorni foschi: stando alle ricerche condotte da Aldo Piombini, Mussolini avrebbe opposto un secco rifiuto (non è chiaro se per invidia nei confronti del collaboratore o perché il progetto era contrario ai suoi piani), condannando l’intero disegno al fallimento. Malgrado ciò, Desio riuscì a produrre un’enorme mole di documenti e di mappe della colonia, rivelatisi molto utili nel dopoguerra[5].

OLTRE I LUOGHI COMUNI E LA PROPAGANDA

Quali sono allora le conclusioni che possiamo trarre da questo breve articolo?

La prima, e forse la più importante, è che la difficoltà di accedere alle riserve petrolifere ne ha impedito qualsiasi tipo di sfruttamento lucroso, al punto che si sono dovuti attendere gli anni ’50 perché il greggio libico fosse estratto con metodi industriali. C’è chi specula su un eventuale utilizzo delle raffinerie mobili, già a disposizione dei tedeschi nel 1941. Uno scenario senz’altro affascinante, ma pieno di incognite: innanzitutto non è dato sapere se Berlino fosse propensa o meno a condividere una simile tecnologia; parimenti, tali installazioni avrebbero necessitato di un numero considerevole di armi contraeree, già esigue nell’inventario italiano come dimostrato dalla scarsa difesa della base navale di Taranto.

Quanto avete letto è solo un estratto delle tematiche analizzate, in maniera assai più strutturata, nel relativo approfondimento “Seconda Guerra Mondiale ⁍ Il Petrolio della Libia “Ardito Desio”. Se non avete soddisfatto la vostra sete di curiosità, questo è il momento giusto per godervi il video realizzato dal canale YouTube Parabellum.

Mirko Campochiari, Niccolò Meta

La Minerva

Classificazione: 5 su 5.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] È bene comunque precisare che tali missioni non erano effettivamente mirate alla ricerca del petrolio.

[2] Il controllo della Libia rimase a lungo circoscritto alle zone costiere, complice la guerriglia organizzata dai Senussi.

[3] Tale missione si svolse sotto incarico della Società Geografica Italiana. L’obiettivo iniziale era l’oasi di Giarabub, da poco riconquistata dopo la violenta rivolta dei Senussi, anche se l’imperversare del conflitto limitò l’esplorazione alla fascia costiera.

[4] Balbo godeva di un certo prestigio grazie alle doti di trasvolatore, divenute leggendarie in seguito alla cosiddetta “crociera aerea del Decennale”.

[5] Come è risaputo, la ricerca del petrolio libico riprese negli anni ‘50 su impulso delle “Sette sorelle”, e fu solo grazie all’instancabile opera di Enrico Mattei che gli italiani riuscirono, nella decade successiva, ad ottenere le concessioni per i loro pozzi.

Un pensiero riguardo “Il petrolio italiano in Libia: un’occasione mancata?

  1. Per forza Mussolini doveva essere contrario , visto che lui e soprattutto il fratello Armando erano in combutta con la BP inglese , dalla quale ebbero laute compense per non insistere col petrolio libico. Matteotti scopri tutte stava per denunciare la tresca ma non fece in tempo.

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