24 agosto 1814, Stati Uniti d’America

Le truppe al servizio del monarca Giorgio III (1738-1820) occupano, durante le fasi finali della guerra anglo-americana, il Distretto di Columbia assieme all’importantissima capitale amministrativa. Appena qualche ora dopo, su ordine espresso del maggiore generale Robert Ross (1766-1814), verranno dati alle fiamme il Campidoglio e la Casa Bianca.

Ottimo documentario sulla guerra anglo-americana del 1812-1814 (Fonte: La Biblioteca di Alessandria)

Per comprendere le motivazioni dietro a un conflitto di così vitale importanza per i destini degli USA, interpreti di una politica estera più attiva come testimoniato dalla lenta penetrazione nel Territorio del Nord-Ovest, è imperativo soffermarsi sullo stato dei rapporti diplomatici fra le due potenze: nel breve periodo compreso tra il 1807 e il 1810, la guerra commerciale in atto fra Parigi e Londra aveva sensibilmente danneggiato l’economia di Washington[1]. Non meno oltraggiosi per l’opinione pubblica americana si erano rivelati i continui episodi di “impressment”, ossia di arruolamento coatto attraverso cui la Royal Navy aveva cercato di mitigare l’annoso problema degli effettivi; le ripetute schermaglie combattute in mare aperto culminate nel sanguinoso “affare Chesapeake-Leopard“[2]; il sostegno logistico offerto dai britannici alle indomabili tribù native.

L’insieme di tali fattori avrebbe quindi spinto il Congresso a ratificare, nella giornata del 18 giugno 1812, la formale dichiarazione di guerra, preludio di un’offensiva terrestre nelle aree dei Grandi Laghi e del Canada superiore. È sorprendente constatare quanto, nelle fasi iniziali di questa campagna, nelle battute iniziali di questa campagna, nessuno dei contendenti fosse preparato ad affrontare un simile sforzo: la stragrande maggioranza delle unità inglesi, ad esempio, era ancora dislocata nella penisola iberica per dissanguare l’esercito napoleonico, mentre le gerarchie politico-militari americane sembravano mancare di una visione a lungo termine. In ogni caso, la temporanea superiorità numerica goduta da questi ultimi fu sufficiente a spingere George Prévost (1767-1816), amministratore coloniale alle dipendenze di Londra, ad adottare un approccio rigidamente difensivo.

Con sommo disappunto del presidente James Madison (1751-1836), leader del Partito Democratico e indefesso sostenitore dell’avventura bellica, l’andamento delle operazioni assunse fin da subito una piega sfavorevole. Il 16 agosto il generale William Hull (1753-1825), all’epoca governatore del Michigan, si arrese alle truppe nemiche consegnando loro la città di Detroit; parimenti, le milizie comandate dall’ufficiale Stephen Van Rensselaer (1764-1839) si sarebbero macchiate di frequenti atti di insubordinazione. Ad aggravare lo scenario poc’anzi descritto contribuì il blocco navale imposto dal Regno Unito, al quale fecero seguito molteplici incursioni lungo la costa orientale.

Bisognò attendere la seconda metà del 1813 perché le forze statunitensi, riorganizzatesi sotto l’egida del tenente colonnello Winfield Scott (1786-1866), riuscissero nell’impresa di riconquistare i territori perduti. In settembre un distaccamento guidato da Oliver Hazard Perry (1785-1819), giovane e talentuoso ammiraglio della US Navy, avrebbe inoltre neutralizzato la flotta britannica nelle acque del lago Erie, vendicando così la sonora sconfitta patita durante la battaglia di Frenchtown (18-23 gennaio 1813).

L’anno successivo, tuttavia, con l’esaurimento del conflitto in Europa e la firma del trattato di Fontainebleau (14 aprile 1814), la Gran Bretagna poté finalmente destinare ingenti risorse al teatro bellico del Nuovo Mondo. Fondamentale per il successo della controffensiva fu lo sbarco nella baia di Chesapeake (24 agosto), azione con cui i Royal Marines sbaragliarono gli eserciti nemici aprendosi la strada fino a Baltimora e a Washington. Nondimeno, è doveroso sottolineare come neppure questo shock fu sufficiente a vincere la resistenza degli autoctoni, invero protagonisti di una nuova campagna grazie alla quale occuparono la città di Pensacola (7-9 novembre 1814).

Benché si sia conclusa con un ritorno allo status quo ante bellum, la guerra del 1812 riveste ancora oggi un ruolo centrale nell’immaginario collettivo statunitense: essa infatti ha contribuito a forgiare lo spirito patriottico del popolo americano, ponendo al tempo stesso le solide basi per un maggior interventismo negli scacchieri locale e mondiale.

Niccolò Meta

La Minerva

Classificazione: 5 su 5.

NOTE

[1] In risposta al blocco continentale del 21 novembre 1806, Londra aveva reagito strangolando il commercio marittimo tra i Paesi neutrali e la Francia. Danneggiati da un simile provvedimento, gli Stati Uniti risposero a loro volta proclamando l’embargo totale, convinti che una simile escalation potesse spingere i due belligeranti a rispettare la neutralità americana.

[2] Il 22 giugno 1807, durante un’operazione per la ricerca dei disertori, la fregata USS Chesapeake venne abbordata dal vascello HMS Leopard. Quattro marinai statunitensi rimasero uccisi nello scontro, mentre altri diciassette vennero feriti in modo più o meno grave.

[3] Si precisa che si sta parlando di conflitti combattuti contro attori statali, escludendo di conseguenza le guerre indiane.

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