4 luglio 1776, Tredici Colonie

LA DICHIARAZIONE D’INDIPENDENZA: FONDAMENTO IDEOLOGICO E GIURIDICO DELLA NAZIONE AMERICANA

Tra il 1763 e il 1787, la Rivoluzione americana[1] mise in crisi la relazione fra le Tredici colonie e la Gran Bretagna. Questo conflitto, dai forti connotati ideologici, culminò nella formazione degli Stati Uniti d’America, sancita con la sottoscrizione della Costituzione federale nel 1787[2]. Le aspirazioni indipendentiste furono l’esito dell’emergere di un’autocoscienza americana: in altre parole, le Tredici colonie iniziarono a pensarsi come un corpo unitario, diverso e separato dalla Gran Bretagna. Una consapevolezza che si sviluppò in concomitanza con l’esplodere, a metà del XVIII secolo, di un’ondata di fermento religioso e innovatore noto come Grande Risveglio[3], che diede la speranza di poter realizzare in America una società di giustizia.

Al di là delle motivazioni prettamente spirituali, i rapporti con la madrepatria si erano inaspriti a seguito della conclusione delle guerre franco-indiane, nel 1763, quando Londra iniziò a imporre una serie di misure fiscali alle colonie. La reazione di queste ultime è rintracciabile nell’espressione divenuta famosa di No taxation without representation, slogan che accompagnò questi anni di accese proteste contro la pesante pressione fiscale che le affliggeva.

L’ostilità tra le colonie e la Gran Bretagna ebbe una grande risonanza mediatica. Tra le voci più autorevoli che si sollevarono a favore dell’indipendenza figurava quella di Thomas Paine[4] che, nel pamphlet intitolato Common Sense, anticipò la dottrina che sarebbe stata espressa nella Dichiarazione del 4 Luglio 1776. Paine attaccò direttamente re Giorgio III, incarnazione dell’unità costituzionale dei popoli inglesi, accusandolo di essere un tiranno privo di scrupoli contro il quale era necessario compiere una ribellione. Un’altra critica colpì invece la nascente società commerciale, colpevole secondo il filosofo britannico di creare disuguaglianze, dal momento che i nuovi requisiti per accedere al suffragio elettorale erano rappresentati dal possesso di proprietà.

Un altro tema che sarebbe confluito nella Dichiarazione d’Indipendenza fu la ridefinizione della relazione tra governo e cittadini, teorizzata dal filosofo inglese John Locke[5]. Il cittadino era ora rappresentato come un uomo libero e proprietario della propria persona, titolare di diritti ma anche di doveri quali, ad esempio, il pagamento delle tasse che poteva essere imposto dallo Stato solo previo riconoscimento del diritto di protezione. Queste considerazioni confluirono nell’ideologia repubblicana e rappresentarono i capisaldi della Rivoluzione, nonché le premesse per la costruzione di una società nuova. Premesse che trovarono spazio nella Dichiarazione redatta dal comitato composto da Thomas Jefferson, John Adams, Benjamin Franklin, Robert R. Livingston e Roger Sherman, approvata il 4 luglio 1776.

Il comitato dei cinque presenta la bozza della Dichiarazione d’Indipendenza al Secondo Congresso continentale del 28 Giugno 1776 (Fonte: Wikimedia)

La Dichiarazione d’Indipendenza è uno dei fondamenti ideologici e giuridici della nazione americana e, assieme a quella dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, ha rappresentato uno dei testi fondanti della modernità politica. In questo testo comparvero alcuni principi fondamentali come quelli della sovranità popolare e dei diritti naturali dell’individuo che, per l’epoca in cui si diffusero, erano considerati rivoluzionari.

Nella prima parte del documento era contenuta una chiara enunciazione della teoria del contratto sociale e dei diritti naturali[6], mutuata dal pensiero politico progressista settecentesco che faceva capo a John Locke. L’introduzione del diritto alla felicità nell’elenco dei diritti inalienabili, che andava a sostituire quello alla proprietà, fu l’emblema della forza rivoluzionaria, razionale e “illuminata” che stava travolgendo la nuova società americana. Di notevole rilevanza era il compito attribuito al nuovo Stato, il quale aveva l’obiettivo di avviare un processo democratico di esaltazione delle qualità individuali nell’ottica della realizzazione di sé. Ciò che il popolo doveva aspettarsi era l’affermazione di condizioni più eque, rese possibili dallo smantellamento dei privilegi ereditari e dei monopoli mercantilisti.

La separazione reale e ideologica delle Tredici colonie dalla madrepatria si sarebbe realizzata solo quando il concetto di sovranità popolare fosse stato accolto non solo come mero concetto filosofico, ma anche alla luce di un’esperienza comune di conoscenza. In altre parole, era necessario dare un fondamento politico a una mera asserzione filosofica.

La Dichiarazione d’Indipendenza insinuava una frattura nella tradizione muovendo, nella seconda parte, una serie di accuse a Giorgio III sulla scorta di quanto aveva già fatto nella sua opera Thomas Paine. In Common Sense, il filosofo britannico aveva incitato il popolo americano a liberarsi della tirannia del sovrano britannico. L’affrancamento era pertanto necessaria per evitare che un despota potesse governare un popolo libero.

Un elemento rilevante e contraddittorio della Dichiarazione d’Indipendenza fu la strumentalizzazione del tema della schiavitù, per la quale venne adottata una duplice retorica.

Una famiglia di schiavi impegnata nella raccolta del cotone. La foto venne scattata quasi un secolo dopo la firma della Dichiarazione d’Indipendenza, negli anni ’60 del XIX secolo (Fonte: Bettmann Archives/Getty Images)

Se da un lato il documento non auspicava un’emancipazione per le migliaia di africani schiavi nelle piantagioni[7], dall’altro se ne coglievano i connotati metaforici, forzando il confronto tra la loro condizione e quella delle Tredici colonie, utilizzando gli argomenti per sostenere la tesi che la migliore soluzione per raggiungere il traguardo della libertà sarebbe stata l’indipendenza.

Acquisita la consapevolezza di essere un popolo sovrano e dopo aver mosso un’invettiva contro il tiranno Giorgio III, il passaggio seguente della Dichiarazione d’Indipendenza segnava una frattura con il popolo britannico, colpevole di non aver accolto come propri i sentimenti dei “fratelli” oltreoceano e di non aver sconfessato il sovrano. L’indipendenza dalla Gran Bretagna era dunque anche una “secessione” dal popolo britannico.

Nell’ultima parte, infine, emergeva l’elemento religioso e l’impegno dei cittadini davanti a Dio per difendere il popolo appena nato. Il giuramento di fedeltà politica suggellava il contratto sociale, creando un sistema che, seppur non caratterizzato da consanguineità, era legato da fratellanza e solidarietà.

La Dichiarazione d’Indipendenza può essere considerato il documento ufficiale che ha costituito il primo tassello per la nascita di un’unione di stati sovrani, noti come Stati Uniti d’America, ufficialmente accettati a livello internazionale nel 1783 con il Trattato di Parigi[8].

La moderna bandiera statunitense: le righe orizzontali rappresentano le Tredici colonie che formarono il primo nucleo degli USA (Fonte: GettyImages)

La storia dei neonati Stati Uniti d’America si connotò sin dall’inizio per una contraddittorietà di fondo: da un lato le Tredici colonie erano il risultato della colonizzazione europea del Nuovo Mondo; dall’altro il paradigma predominante durante gli anni della Rivoluzione americana era quello dei “colonizzati” che si opponevano agli europei. A questo proposito Thomas Jefferson[9], in un’elaborazione teorica sull’impero, discerneva il popolo americano dai colonizzatori inglesi, ipotizzando l’origine mitica di una stirpe che nacque dal caos dell’Europa e designò per sé un destino di civilizzazione del mondo, distinto e separato dall’Europa dispotica e corrotta.

Tuttavia, questa fu solo la prima di una lunga serie di incongruenze che caratterizzarono la nuova federazione. Gli Stati Uniti d’America realizzarono la loro identità di popolo con una missione di civilizzazione, sulla scorta di una politica escludente non solo sotto il profilo prettamente politico, ma anche culturale, con l’estromissione perpetrata nei confronti degli indiani, considerati selvaggi e distruttori di civiltà, e degli schiavi neri, giunti nel continente americano in catene.

La nascita di quest’unione di Stati sovrani si confrontava, sin dalle sue origini, con il nuovo concetto politico della sovranità e con ciò che questo termine implicava in termini di giurisdizione su un territorio ben specificato e su determinati cittadini, definiti tali solo se detentori di diritti politici.

L’ideologia rivoluzionaria che trovò un fondamento scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza rappresentava solo la prima tessera dell’intricata costruzione del nuovo Stato. Era infatti necessario dare una consistenza concreta che potesse esplicitare e semplificare le conquiste rivoluzionarie, mettendo in moto la macchina statale. Ci vollero ben due Costituzioni per dar vita agli Stati Uniti d’America, una denominazione che rifletteva la predilezione delle ex colonie verso un governo di tipo federale che unisse, allo stesso tempo, la volontà di unificazione con quella di mantenere un certo grado di autonomia.

Alessia Caizzone

La Minerva

Classificazione: 5 su 5.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Con il termine “Rivoluzione americana”, la storiografia odierna è solita indicare quella stagione di fermento politico, ideologico e culturale che infiammò le Tredici Colonie all’indomani della guerra franco-indiana (1754-1763), e non solo il conflitto del 1775-1783.

[2] https://www.bl.uk/the-american-revolution/articles/american-revolution-timeline

[3] https://www.britannica.com/event/Great-Awakening

[4] T. Bonazzi, La rivoluzione americana, Il Mulino, Bologna, 1977, p. 42

[5] Ibidem, p. 71

[6] G.S. Wood, The Creation of the American Republic, in Bonazzi T. (ed.), La Rivoluzione americana, cit., pp. 261-277

[7] https://eh.net/encyclopedia/slavery-in-the-united-states/ e https://faculty.weber.edu/kmackay/statistics_on_slavery.htm

[8] https://www.britannica.com/event/Peace-of-Paris-1783

[9] Dichiarazione sulle cause e sulla necessità di prendere le armi, del 6 luglio 1775, in A. Aquarone et alii, La formazione degli Stati Uniti d’America, cit. p. 389. Jefferson aveva già espresso identiche idee in A Summary View of the Rights of British America del 1774, in Bonazzi T. (ed.), La Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, Marsilio, Venezia, 1999, pp. 54-55

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