Al Capone, il re della mafia di Chicago

La nostra storia ha inizio oltre un secolo fa nel distretto newyorkese di Brooklyn, in un’America che stava attraendo sempre più migranti in cerca di fortuna. Fu in questa cornice dominata dall’estrema povertà e dal degrado che nacque il piccolo Alphonse Gabriel, relegato in un contesto tale da offrirgli ben poche prospettive per il futuro. Non deve quindi sorprendere il fatto che avesse incominciato, sin dalla più tenera età, a frequentare gli ambienti della malavita, premessa per una parabola destinata a forgiare il “mito” del sanguinario Al Capone.

Appena quattordicenne, il futuro gangster venne espulso dalla Scuola Pubblica n°7 per aver schiaffeggiato un’insegnante, episodio che lo costrinse ad intraprendere diversi lavori saltuari prima di abbracciare definitivamente la carriera criminale[1]. Grazie ad alcune raccomandazioni, nel 1917 venne addirittura assunto come buttafuori presso un bordello: fu in questa circostanza che un apprezzamento troppo esplicito sulla sorella di un frequentatore gli valse uno sfregio sul viso, uno stigma che avrebbe ispirato l’iconico soprannome di Scarface[2].

Alphonse sembrava però intenzionato ad imprimere una drastica svolta alla propria esistenza. Nel 1918 sposò una giovane fanciulla irlandese che gli diede un figlio, si trasferì a Baltimora e trovò impiego come contabile in un’impresa edile. Si trattò purtroppo di una breve parentesi: l’anno successivo avrebbe preso contatti con le gang di Chicago per conto del boss Johnny Torrio che, alternando la violenza alla corruzione, aveva esteso il proprio controllo su una buona fetta del business movimentato nella metropoli. In virtù delle esperienze pregresse, Al e suo fratello Ralph ottennero persino la gestione di una casa di tolleranza. Da allora in avanti, l’influenza dei Capone sarebbe cresciuta a dismisura in virtù dei legami stretti con politici e mafiosi, espediente utile ad assicurarsi la loro complicità.

Una netta inversione di tendenza si registrò nel 1923 quando William Thompson, sindaco repubblicano noto per l’estrema connivenza nei confronti dei malavitosi, venne rimpiazzato dal democratico William Dever. Quest’ultimo si era infatti proposto di combattere la criminalità con qualsiasi mezzo, al punto che le sue iniziative obbligarono molti delinquenti a trasferirsi laddove l’applicazione delle leggi era meno rigorosa. Al Capone si insediò così nella vicina Cicero, consapevole che le istituzioni avrebbero chiuso un occhio se adeguatamente ricompensate.

Per scongiurare qualsivoglia cambio di amministrazione passibile di alterare lo status-quo, nel 1924 appoggiò alcuni gangster in una feroce campagna intimidatoria contro gli avversari di Joseph Klenha, candidato alle elezioni municipali. Fu un’offensiva costellata da innumerevoli aggressioni che culminarono nella morte del fratello maggiore, Frank, rimasto ucciso durante uno scontro con le forze dell’ordine. Malgrado ciò, la vicinanza del lutto non fece che alimentare l’ira di Scarface, e stavolta a pagarne le conseguenze fu un incolpevole agente di polizia.

Sovvertendo la retorica secondo cui il bene è destinato a trionfare sul male, nessun ostacolo poté realmente frapporsi alla riconferma di Klenha, uscito vincitore con percentuali quasi plebiscitarie. Un discorso analogo sembrava applicarsi al procedimento istruito contro Alphonse per l’omicidio di un altro criminale, in quanto l’irreperibilità dei testimoni fece sì che gli sforzi profusi dal procuratore Mcswiggin risultassero vani.

Fu necessario attendere la fuga del mentore Torrio, rimasto gravemente ferito nel corso di una guerra con la North Side Mob, perché il passaggio di consegne con il suo ambizioso luogotenente fosse definitivo[3]. Ne scaturì un periodo inframezzato da una lunga serie di delitti come quello del summenzionato McSwiggin, e anche in questo caso l’assenza di prove inconfutabili vanificò ogni possibilità di interrompere la spirale di sangue.

La decade nella quale il gangster edificò il proprio impero del crimine è conosciuta soprattutto per il proibizionismo, formula con cui si è soliti indicare il divieto tassativo di produrre, commercializzare ed esportare bevande alcoliche. Nondimeno, la loro messa al bando avrebbe finito con l’aumentarne la richiesta sul mercato nero, inasprendo così la concorrenza tra le cosche che intendevano assicurarsene il monopolio.

È in questa torbida cornice che andò in scena una delle stragi più conosciute del secolo scorso, quella di San Valentino (14 febbraio 1929). Approfittando della lontananza del boss[4], i suoi uomini avrebbero infatti sgominato la gang dell’irlandese George Moran con cui si contendeva il controllo di Chicago: travestiti da poliziotti, essi si presentarono al 2122 di North Clark Street con il pretesto di una retata, convincendo i rivali a non opporre resistenza; una volta disarmati, ciascuno di essi sarebbe stato crivellato a colpi di mitra, tanto che il solo superstite fu lo stesso Moran perché sopraggiunto in ritardo[5].

All’indomani del massacro, Scarface poteva dunque ritenersi il padrone indiscusso della città, mentre la sua influenza era cresciuta al punto da farlo figurare in cima alla lista dei nemici pubblici. Fu per questo motivo che il Bureau of Prohibition si risolse ad istituire, sotto l’egida del giovane ed energico Eliot Ness, un’apposita équipe per contrastarne lo strapotere: quella degli “Intoccabili”. Ricorrendo alle intercettazioni telefoniche, all’infiltrazione nel network del malavitoso e alla raccolta dei documenti sulle sue transazioni, essa sarebbe riuscita ad organizzare delle imponenti operazioni di sequestro, danneggiandone sensibilmente i traffici illeciti.

Per quanto incredibile possa sembrare, fu la violazione delle normative fiscali a porre fine alla parabola di Al Capone. Grazie agli indizi raccolti sino a quel momento, il temuto gangster venne infatti processato per evasione assieme al fratello Ralph e a numerosi altri collaboratori. La condanna, ufficialmente emessa il 18 ottobre 1931, prevedeva 11 anni di reclusione[6] e il pagamento di una multa pari a $50.000, cifra alla quale andavano sommate le spese processuali ($7.692) e gli interessi sugli importi non versati ($215.000). Nel 1934, forse per timore che avesse goduto di un trattamento oltremodo favorevole, venne infine trasferito nel famigerato penitenziario di Alcatraz.

Le conseguenze di una vita scandita da eccessi e nefandezze non avrebbero comunque tardato a farsi sentire: nel 1938 gli venne formalmente diagnosticata la neurosifilide, stadio avanzato di un morbo contratto in gioventù, la cui progressione fu così rapida da favorirne uno sconto sulla pena e la concessione della libertà condizionata. Trascorse i suoi ultimi anni in Florida tra le cure dei medici e le attenzioni della moglie Mae, spegnendosi il 25 gennaio 1947 a seguito di un colpo apoplettico.

Gianluca Marzari, Niccolò Meta

La Minerva

Classificazione: 5 su 5.


NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] A partire dal 1913, Capone aderì ad una moltitudine di gang tra cui quella dei Five Points, dove ebbe modo di conoscere il quasi coetaneo Lucky Luciano.

[2] Soprannome poco gradito dallo stesso Capone, ma che avrebbe costituito il titolo di due famosissime pellicole cinematografiche (1932 e 1983).

[3] Il ventiseienne Capone dovette comunque sfuggire a una decina di attentati, quasi sicuramente orditi da coloro che avevano tentato di assassinare Torrio.

[4] Quel giorno al Capone si sarebbe dovuto presentare a Miami per sottoporsi ad un’indagine federale, dinamica che gli avrebbe offerto un alibi piuttosto solido.

[5] Un solo uomo sopravvisse fino all’arrivo della polizia, il sicario Frank Gusemberg. Alla domanda su chi fossero stati gli aggressori, egli rispose: “Nessuno mi ha sparato“.

[6] La condanna si sarebbe dovuta scontare nel penitenziario di Atlanta.

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