19-20 luglio 1848, Seneca Falls

La Convenzione di Seneca Falls, tenutasi il 19-20 luglio 1848 e presieduta da Lucretia Mott, Martha Coffin Wright, Elizabeth Cady Stanton e Mary Ann McClintock, è stata la prima Convenzione sui diritti delle donne negli USA.

Il contesto all’interno del quale si svilupparono le idee femministe confluite e dibattute in tale occasione era quello degli Stati Uniti che, nemmeno un secolo prima, avevano ottenuto l’indipendenza e che in quegli anni stavano lavorando alla costruzione di una società democratica.

La condizione subordinata della donna non era una novità dell’epoca: la teoria delle sfere separate era stata, infatti, sviluppata in seno al pensiero greco classico. Lo stesso Aristotele aveva prefigurato un certo tipo di separazione tra uomini e donne, gli uni attivi nell’arena politica, le altre relegate all’interno della casa. La giustificazione di questa divisione era determinata dal fatto che i primi, dotati di spiccata razionalità, erano in grado di trascendere il proprio corpo e tutte le passioni, costituendosi pertanto come soggetti autonomi; al contrario le seconde, non dotate di questa qualità, trovavano la loro realizzazione nella cura della casa e nell’educazione dei figli. Si distingueva dunque tra una sfera pubblica-razionale, tipicamente maschile, e una sfera privata-affettiva, rigorosamente femminile. La società americana non riconosceva esplicitamente questa disuguaglianza politica in quanto, finché non vi furono requisiti di censo, il suffragio non fu basato sul sesso[1].

Nella cornice della nuova Repubblica, il ruolo della donna fu fondamentale per l’edificazione della società. Esse vennero definite “madri repubblicane” con il compito di educare, formare buoni cittadini e inculcare nei figli le virtù civiche. Questo ruolo significò elargir loro il diritto all’istruzione e, di fatto, comportò l’acquisizione di un rilevante peso politico sia per quanto concerne l’incremento della loro cultura (che permise di raggiungere la consapevolezza della propria condizione), sia per il ruolo di garanti morali del futuro del Paese.

Con l’ascesa della democrazia mutarono anche i confini della cittadinanza politica: confini da cui, comunque, furono escluse le donne che non avevano diritti analoghi perché godevano di una cittadinanza derivata (entravano infatti nel contratto sociale già subordinate a relazioni di dipendenza patriarcale)[2]. Si trattava di una rappresentanza “virtuale” che le estrometteva dal godimento dei diritti politici sulla base di una presunta “estraneità” che sembrava riproporre, a un altro livello, quel medesimo principio che i coloni avevano contestato al Parlamento britannico[3].

La negazione dei diritti politici femminili era solo l’ennesima contraddizione di una società che, pur prevedendo un suffragio universale ristretto ai maschi bianchi, si definiva democratica. Ovunque, eccetto che nel New Jersey tra il 1776 e il 1807, il suffragio alle donne era negato.

Quartier generale dell’Associazione nazionale che si opponeva al suffragio femminile, fondata nel 1911 a New York da Josephine Jewell Dodge (Fonte: Reddit)

L’ideologia delle sfere separate ebbe profonde implicazioni per il concetto di libertà americana, perché limitò fortemente il conseguimento degli ideali egualitari e democratici della nazione. Tale teoria, relegando le donne nella sfera del privato, le escludeva di fatto anche dall’economia di mercato. In un contesto nel quale il lavoro era tale solo se produceva un valore monetario, quello casalingo non veniva riconosciuto sebbene fosse fondamentale per il mantenimento della famiglia.

La prima industrializzazione aveva accresciuto l’importanza del lavoro per le donne del Nord, offrendo nuove opportunità di impiego nelle fabbriche e, di conseguenza, favorendo un miglioramento dell’economia dei piccoli produttori. Tuttavia il capitalismo, asseriva il Workingman’s Advocate, le strappava al ruolo di “signore felici e indipendenti” della sfera domestica per costringerle a entrare nell’economia di mercato, minando l’ordine naturale della famiglia e l’autorità del capo maschio[4].

Le sollecitazioni per emergere dal “focolare domestico” non giunsero solo dalle necessità dell’economia: altrettanto rilevante nella lotta per l’emancipazione femminile, culminata nella Convenzione di Seneca Falls, fu il decennio di attivismo e partecipazione delle donne alla vita pubblica. Sin dall’età rivoluzionaria, infatti, esse vi avevano partecipato sia svolgendo un ruolo attivo nella lotta delle colonie contro la madrepatria, sia attraverso le associazioni filantropiche.

Un gruppo di suffragette e manifestanti mentre prostano lungo la Fifth Avenue di New York, nell’agosto del 1918 (Fonte: Pinterest)

Fin dall’inizio, i movimenti delle donne si prefissarono due obiettivi: la rivendicazione dell’uguaglianza e dei diritti universali, fondamento della modernità politica e delle democrazie liberali; il riconoscimento della specificità femminile, ossia il conferimento di diritti universali in quanto individui e donne.

La democrazia aveva aperto dei varchi in cui si collocarono le iniziative poc’anzi descritte. L’azione era indirizzata alla crescita morale della Repubblica e, in questo compito, le donne erano motivate da insegnamenti religiosi che mutuavano dal protestantesimo evangelico. In tal modo contribuirono a plasmare sia lo stile che i contenuti della vita pubblica democratica, moderando i toni e limitando la violenza.

Nel 1848 si scelse lo strumento della Convenzione “per discutere la condizione sociale, civile e religiosa e i diritti della donna”. Si optò questo mezzo perché rappresentava un espediente democratico: da un lato infatti sanciva il diritto del popolo a riunirsi e ad appellarsi al governo, dall’altro indicava la rilevanza politica del documento discusso.

Il modello di riferimento della Declaration of Sentiments firmata durante la Convenzione era la Dichiarazione d’Indipendenza. Un testo divulgatore di verità che, per richiamarsi a Jefferson, era self-evident, ossia che i diritti rivendicati dalle donne erano gli stessi “naturali e inalienabili” che spettavano loro in quanto individui appartenenti a un popolo[5].

Elizabeth Cady Stanton durante il suo discorso alla Convenzione di Seneca Falls (Bettmann | Getty Images)

La Declaration of Sentiments descriveva una condizione femminile secolare, circoscritta alla sfera privata. Luogo in cui, da un lato, si elaborava la natura morale della Repubblica attraverso l’educazione dei futuri cittadini, dall’altro si affermava una femminilizzazione della coscienza e dei sentimenti. Era fondamentale il riconoscimento dei diritti politici, condizione senza la quale sarebbe stato impossibile traslare la moralità dalla dimensione privata a quella politica. La tesi contenuta nel documento concerneva la richiesta del riconoscimento di prerogative inalienabili e, nello specifico, del diritto all’uguaglianza, di quello naturale alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità.

Nel suo corpo centrale, l’elaborato conteneva una serie di accuse rivolte agli uomini e al governo. Le critiche riguardavano elementi specifici della condizione di sottomissione all’interno del matrimonio, e situazioni più ampie come le conseguenze deleterie della negazione del diritto di voto. Quest’ultima implicava la sottomissione a leggi alle quali le donne non erano state chiamate a partecipare per la loro elaborazione. La denuncia proseguiva con un riferimento alla doppia morale tollerata nello Stato che, da una parte, condannava i loro atti immorali, ammettendo però gli stessi se compiuti dagli uomini. Il riferimento era alle leggi sul divorzio che le penalizzavano sia per quanto concerne la dimensione economica, sia in merito alla custodia dei figli.

Nella conclusione si rivendicavano “all the rights and privileges which belong to them as citizens of these United States[6]. Le donne volevano dunque affermare la propria autenticità di individui attraverso il riconoscimento della cittadinanza politica, inserendosi così nel solco della tradizione democratica.

Un gruppo di suffragette fotografate a cavallo tra il XIX e il XX secolo (Fonte: Reddit)

Gli esiti del movimento suffragista furono fallimentari in senso politico se si pensa che, alla fine della Guerra Civile, il Partito Repubblicano finì per privilegiare il suffragio degli schiavi affrancati piuttosto che quello femminile.

Francobollo ideato da Caroline Katzenstein come monito per votare all’emendamento al suffragio femminile del Novembre 1915 (Wikimedia Commons)

La retorica femminista espressa nella Convenzione di Seneca Falls contribuì quindi ad accentuare quell’approccio volto a gerarchizzare le culture e le razze. L’obiettivo delle donne era quello di costituirsi come categoria a parte e di evitare, come già accaduto in passato, di supportare la causa di altri gruppi. La finalità ultima era la dimostrazione del proprio valore e la volontà di essere riconosciute in quanto tali, non in relazione alle altre minoranze che chiedevano maggiori diritti.

Alessia Caizzone

La Minerva

Classificazione: 5 su 5.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] R. Baritono, Il pensiero politico delle donne, in Gherardi R. (ed.), La politica e gli Stati: Problemi e figure del pensiero occidentale, Carocci, Roma, 2004, p.66

[2] R. Baritono, La Dichiarazione di Seneca Falls e il dibattito sui diritti delle donne negli Stati Uniti di metà Ottocento, La Rosa, Torino, 2001, p. XXIII

[3] Idem

[4]  E. Foner, Storia della libertà americana, Donzelli, Roma, 2009, p. 107

[5] R. Baritono, La dichiarazione di Seneca Falls, cit., p.6

[6] Ibidem, p. LXI

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